25.03.2022 Icon

Se la fideiussione vuoi del tutto annullare, la prova devi portare

Con una recente pronuncia, che va a chiarire la portata del recente principio di diritto affermato dalle Sezioni Unite della Corte di Cassazione, il Tribunale di Milano ribadisce che il contratto di fideiussione è solo parzialmente nullo se contenente le clausole ritenute in contrasto con la normativa sulla concorrenza[1] e che per aversi nullità integrale l’interessato deve dimostrare che non avrebbe stipulato in mancanza delle clausole dichiarate invalide.

In un giudizio di opposizione a decreto ingiuntivo il Tribunale ha quindi respinto l’eccezione di nullità assoluta del contratto[2], poiché ha ritenuto mancasse la prova che le parti avrebbero concluso il contratto solo in presenza di quelle clausole. 

Riprendendo l’orientamento della Corte di Cassazione che ha definitivamente risolto la questione in favore della conservazione del contratto, il giudice ha ritenuto che sia naturale presumere che il garante avrebbe comunque stipulato la fideiussione, anche senza le clausole invalide, avendo generalmente un interesse economico alla sua conclusione. 

È, dunque, il fideiussore che deve dimostrare che le parti non avrebbero concluso il contratto senza la presenza delle clausole censurate. 

Il Tribunale ha correttamente rilevato la carenza di prova ex art. 2697 c.c. dell’eccezione, conformandosi al dettato della Suprema Corte secondo cui “resta precluso al giudice rilevare d’ufficio l’effetto estensivo della nullità parziale all’intero contratto”.

Il giudice ha esaminato anche le conseguenze pratiche dell’accertamento di una nullità parziale della fideiussione, concentrandosi, in particolare, sulla mancata argomentazione dell’opponente circa le conseguenze dell’invalidità sullo sviluppo del rapporto contrattuale e sulle ragioni per cui sarebbe venuta meno la fideiussione prestata. 

La nullità delle clausole della fideiussione in violazione della normativa sulla concorrenza, difatti, ha importanti conseguenze per le Banche, comportando l’applicazione del breve termine di legge previsto dall’art. 1957 del codice civile per il recupero del credito nei confronti del debitore principale. 

Al riguardo il Tribunale ha osservato che il fideiussore è tenuto ad eccepire la sua liberazione entro i termini previsti dal codice di procedura civile, e dunque, per l’opponente, con la proposizione dell’opposizione stessa. 

Inoltre, ha l’onere di indicare il “dato temporale” in virtù del quale desumere che il creditore non abbia rispettato il termine di sei mesi per recuperare il proprio credito e, aggiungiamo, di dimostrare il termine da cui sarebbe decorso il termine semstrale di decadenza

Sul punto, il giudice è quindi giunto ad affermare che l’eccezione di liberazione prevista a tutela del fideiussore ai sensi dell’art. 1957 c.c. non può essere rilevata d’ufficio e deve essere sollevata tempestivamente dal garante, a pena di decadenza, con l’atto di citazione in opposizione[3].

In conclusione, il Tribunale di Milano ha escluso che la nullità delle singole clausole della fideiussione stipulate in violazione della normativa sulla concorrenza possa avere una effettiva ricaduta applicativa pratica, qualora il debitore non indichi in che termini ciò comporti il venir meno della garanzia prestata e non sollevi tempestivamente l’eccezione di decadenza del creditore nel rispetto delle preclusioni previste dal codice di procedura civile. 

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Trib. Milano, 15 marzo 2022

Antonio Ferraguto – a.ferraguto@lascalaw.com

Camilla Capaldo – c.capaldo@lascalaw.com

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[1] Il 30 dicembre 2021 le Sezioni Unite della Corte di Cassazione (con sentenza n. 41994/2021) sono intervenute, infatti, a definire il contrasto giurisprudenziale relativo alle sorti delle fideiussioni bancarie conformi allo schema A.B.I. che, per determinate clausole riproducenti gli articoli 2, 6 e 8 dello schema, la Banca d’Italia ha censurato per violazione della normativa anticoncorrenziale. 

[2] In particolare, l’opponente aveva contestato, come primo motivo di opposizione, la nullità assoluta della garanzia poiché contenente le clausole riproducenti degli articoli 2,6 e 8 dello schema contrattuale predisposto dall’A.B.I., censurate dal Provvedimento della Banca d’Italia n. 55/2005.

[3] Il Tribunale ha dato continuità all’orientamento della giurisprudenza di legittimità in materia (cfr. tra tutte, Cass. 17 giugno 1963, n. 1613).