11.02.2022 Icon

Risarcimento del danno non patrimoniale da demansionamento: novità in tema di criteri di liquidazione

Il demansionamento consiste nell’attribuzione del lavoratore a mansioni inferiori.

Tale attribuzione, ai sensi dell’art. 2103 c.c., è illegittima, se non in tassative ipotesi individuate dalla legge.

Infatti, l’art. 2103 c.c. stabilisce che il datore di lavoro deve adibire il lavoratore alle mansioni per le quali è stato assunto o a quelle corrispondenti all’inquadramento superiore che abbia successivamente acquisito ovvero a mansioni riconducibili allo stesso livello e categoria legale di inquadramento delle ultime effettivamente svolte.

La violazione da parte del datore di lavoro dell’obbligo in questione può determinare una serie di pregiudizi per il lavoratore, tanto che la giurisprudenza ne ha da tempo chiarito la potenzialità plurioffensiva.

In particolare, come affermato anche dalle Sezioni Unite della Cassazione, al demansionamento può conseguire il risarcimento di danni di vario genere, di natura sia patrimoniale (quale il danno da perdita di chance) che non patrimoniale (quale il danno alla salute e il danno all’identità professionale).

Ciò posto, mentre per il danno patrimoniale, così come per quello non patrimoniale alla salute, i criteri di quantificazione sono ormai consolidati, meno agevole risulta la quantificazione della compromissione all’identità professionale.

Sul punto, merita di essere segnalata una interessante pronuncia della Corte di appello di Catanzaro, la quale, in maniera innovativa rispetto all’indirizzo giurisprudenziale prevalente, ha offerto una soluzione diversa al problema della valutazione equitativa del danno in questione.

La giurisprudenza maggioritaria, infatti, determina il danno non patrimoniale da demansionamento in una percentuale della retribuzione.

Tale metodo, tuttavia, secondo la Corte di Appello di Catanzaro, presenterebbe un duplice inconveniente:

  1. determinare un’ingiustificata disparità di trattamento, dal momento che porta ad un risarcimento differenziato in ragione della retribuzione;
  2. parametrare il danno alla retribuzione o ad una sua aliquota, in maniera del tutto arbitraria.

Ad avviso della Corte, invece, occorrerebbe fare riferimento ad un altro criterio, suggerito dalla più attenta dottrina, che assume come parametro di riferimento l’importo previsto per il danno biologico da inabilità temporanea assoluta dall’art. 139, c. 1, d. lgs. 209/2005, scorporando quanto già eventualmente riconosciuto a titolo di risarcimento del danno biologico permanente e tenendo conto della durata del demansionamento.

La sentenza in commento offre notevoli e condivisibili spunti di riflessione su un tema notoriamente complesso, quale quello dei criteri a cui il giudice deve affidarsi nella valutazione equitativa del danno non patrimoniale da demansionamento.

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Corte d’Appello di Catanzaro, 16 settembre 2021

Rachele Spadafora – r.spadafora@lascalaw.com

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