04.07.2022 Icon

Responsabilità da reato dell’ente: è possibile ammettere una società alla messa alla prova?

Continua la querelle giurisprudenziale sull’applicabilità dell’istituto della messa alla prova in favore dell’ente imputato.

La questione è ormai nota e la giurisprudenza di merito ha già avuto modo di esprimersi senza tuttavia giungere ad una conclusione univoca, con conseguente divergenza tra i provvedimenti emanati al riguardo dai singoli Tribunali. Diatriba giurisprudenziale che non riesce a trovare una composizione definitiva anche alla luce del fatto che la Corte di Cassazione non ha ancora avuto modo di esprimersi sull’applicabilità o meno della messa alla prova in favore di una persona giuridica.

Al fine di comprendere meglio la vicenda, è necessario soffermarsi sulle caratteristiche dell’istituto della messa alla prova. L’istituto deriva dal probation giudiziale già previsto in alcuni ordinamenti stranieri ed è stato introdotto in Italia con la L. 67/2014. 

Con la messa alla prova, previa richiesta del soggetto imputato per reati di minore allarme sociale, il Giudice penale sospende il procedimento ed affida il reo all’Ufficio di Esecuzione Penale Esterna per lo svolgimento di un programma di trattamento che prevede l’esecuzione di un lavoro di pubblica utilità in favore della collettività. Al termine della prova – la quale non può durare più di due anni – il Giudice è tenuto a valutare il comportamento dell’imputato serbato durante il probation. Qualora la prova sia valutata positivamente il reato viene dichiarato estinto. Se l’esito è negativo il Giudice dispone la ripresa del procedimento.

Ciò posto, fin dall’introduzione della messa alla prova ci si è chiesto se e come il nuovo istituto possa essere applicato anche all’ente imputato di un reato ai sensi del D. Lgs. 231/2001, atteso che l’istituto era stato pensato dal legislatore con specifico riferimento all’imputato persona fisica e che né il Decreto né le norme disciplinanti la messa alla prova prevedono tale possibilità. 

Al riguardo erano già intervenuti i Tribunali di Milano, Bologna e Spoleto, i quali avevano negato la possibilità che l’ente imputato potesse essere ammesso all’istituto della messa alla prova. 

Di diverso avviso invece il Tribunale di Modena, che aveva ammesso alla messa alla prova un ente imputato ai sensi del D. Lgs. 231/2001. Da ultimo, è intervenuto il Tribunale di Bari che – con ordinanza datata 22 giugno 2022 – ha ammesso all’istituto della messa alla prova un ente imputato ai sensi dell’art. 25 septies del Decreto. 

Orbene, secondo il Giudice pugliese ben si può applicare agli enti l’istituto in esame. Tale applicazione analogica della disciplina della messa alla prova sarebbe consentita alla luce del fatto che l’attività ermeneutica non sarebbe svolta in malam partem, ossia con effetto sfavorevole all’imputato, come noto vietata in ambito penale. 

Anzi, siffatta applicazione analogica dell’istituto della messa alla prova in favore di un ente imputato produrrebbe un effetto favorevole alla società, ampliando il ventaglio delle possibili scelte processuali a sua disposizione per definire il procedimento penale (ed evitando così che si giunga ad una sentenza di condanna applicativa delle sanzioni previste dal Decreto).

Inoltre, secondo il Tribunale di Bari, ai fini dell’ammissione all’istituto della messa alla prova, non è necessario che l’ente si sia già dotato in epoca antecedente al delitto di un Modello di Organizzazione e Controllo ex D. Lgs. 231/2001. Segnatamente, si legge nell’ordinanza citata che “questo Giudice, invero, ritiene che la finalità rieducativa dell’ente non sia pregiudicata laddove quest’ultimo si doti del modello prima della dichiarazione di apertura del dibattimento, quand’anche ciò avvenga dopo la commissione del reato presupposto. Ciò si desume dall’impianto del D. Lgs. n. 231/2001, il quale persegue finalità di rieducazione non solo ante delictum, ma anche post delictum”.

Particolarmente interessante è poi evidenziare come sono stati “calibrati” i lavori di pubblica utilità che l’ente ammesso alla prova dovrà svolgere. Ebbene, essi consistono nel compimento di lavori di manutenzione ordinaria su impianti elettrici e televisivi in favore di una Onlus, ovviamente a titolo gratuito, caratteristica essenziale dei lavori di pubblica utilità. L’ente dovrà inoltre “svolgere” un’attività di volontariato consistente nella donazione di euro 5.000,00 in favore della Protezione Civile.

Stefano Gerunda – s.gerunda@lascalaw.com

Andrea Caprioglio – a.caprioglio@lascalaw.com

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