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Zuckerberg prova a frenare la rivolta «Fatti molti errori. Li correggeremo»

«Sono io che ho lanciato Facebook e sono io il responsabile di tutto ciò che accade sulla nostra piattaforma». Dopo un lungo silenzio, Mark Zuckerberg interviene sulla caso Cambridge Analytica: 51 milioni di profili sottratti all’insaputa dei diretti interessati e poi utilizzati per la campagna a favore della Brexit e di Donald Trump.

Sul suo profilo personale di Facebook, il giovane imprenditore riconosce: «Abbiamo fatto degli errori. C’è stata una violazione del rapporto di fiducia tra Facebook e le persone che condividono i loro dati con noi e si aspettano che noi li proteggiamo. Dobbiamo recuperare questa fiducia. Bandiremo gli sviluppatori che non sono in regola o che non saranno d’accordo con le nostre regole». Zuckerberg prova così a tirar fuori l’azienda dalla crisi più insidiosa della sua storia. Sulla rete si stanno moltiplicando gli appelli a cancellare l’account dalla comunità che ha oltre 2 miliardi di iscritti. «Delete Facebook» o «boycottFacebook». Tra i più attivi c’è Brian Acton, il cofondatore di WhatsApp, il canale dei messaggi comprato proprio da Facebook nel 2014: «È giunto il momento di andarsene». Il rischio è enorme: la reazione del web può essere travolgente, come abbiamo visto nel movimento delle donne «MeToo». E in ogni caso senza aspettare gli esiti delle indagini giudiziarie o delle audizioni parlamentari.

Wall Street, ieri, ha concesso una tregua al titolo che tra venerdì 17 e martedì 20 marzo ha perso circa 50 miliardi di dollari di capitalizzazione (il valore di Borsa).

Intanto l’ufficio legale nella sede di Menlo Park è già al lavoro per arginare le inchieste più pericolose. La più concreta, per il momento, è quella aperta dalla Federal Trade Commission, l’agenzia che protegge i consumatori americani. La base di partenza è l’impegno sottoscritto da Zuckerberg nel 2011: i dati sensibili postati sul Social non possono essere trasferiti a «soggetti terzi».

Ciò che è invece accaduto nel 2014, quando la app «Thisisyourdigitallife» viene collocata dallo specialista di Cambridge Analytica, Aleksandr Kogan, sulla piattaforma Facebook. Circa 270 mila utenti scaricano l’applicazione consegnando le proprie informazioni, ma anche quelle di amici completamente all’oscuro dell’operazione. In questo modo Kogan cattura circa 51 milioni di profili. Ebbene la penale prevista dal protocollo sulla privacy del 2011 è pari a 40 mila dollari al giorno. Da dove bisogna cominciare a contare? Dal momento in cui i dati vengono sottratti a Facebook o da quando vengono ceduti «a soggetti terzi»? In questo caso il comitato per la Brexit e quello per l’elezione di Trump. Ogni singola violazione, dunque, comporta una multa di 14,6 milioni di dollari all’anno. Qui stiamo parlando di 51 milioni di utenti e quindi il conto è di circa 744 milioni di dollari ogni dodici mesi. Nel caso peggiore, dal 2014 a oggi, farebbero quasi 3 miliardi di dollari di penale: una cifra consistente anche per un’azienda da 15 miliardi di utile all’anno. Ecco perché Robert Sherman, vice responsabile dell’ufficio privacy di Facebook, su questo punto è netto: «Siamo fortemente impegnati a proteggere le informazioni delle persone. Risponderemo a tutte le domande della Federal Trade commission».

Ma potrebbe essere solo l’inizio di una lunga scia giudiziaria. Nella corte distrettuale di San Josè, in California, è arrivata la prima class action contro la società di Zuckerberg. L’azione di risarcimento collettivo è presa molto sul serio negli Stati Uniti.

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