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Da Zuckerberg ancora scuse ma in Italia “ bucati” 214mila profili

Di che cosa stiamo parlando
Opinioni politiche, orientamenti ideologici, gusti personali: una mole immensa di dati personali riservati, passati da Facebook a Cambridge Analytica. Informazioni sensibili di 87 milioni di persone finite nelle mani della società britannica che aveva avuto al suo vertice anche Steve Bannon, l’ex consigliere di Trump legato all’ultradestra suprematista. E utilizzate per influenzare le elezioni americane: è lo scandalo scoppiato il 17 marzo scorso dalle rivelazioni di Christopher Wylie, 28enne collaboratore della società.
«Siamo una compagnia idealistica che è nata e cresciuta per dare alle persone la possibilità di entrare in contatto. Ma è chiaro che non abbiamo fatto abbastanza per evitare che gli strumenti da noi creati per unire le persone non venissero usati in malo modo». Mark Zuckerberg, a capo di Facebook, inizia con quella che ormai è un’ammissione di colpa abituale. Ma assicura che la sua compagnia sta facendo di tutto per evitare che altre elezioni in giro per il mondo vengono condizionate sfruttando i dati personali degli utenti del suo social network. Nel frattempo però fornisce un numero allarmante: 87 milioni. Sono le persone, per lo più elettori statunitensi, «che potrebbero» esser stati raggiunti dai messaggi di propaganda elettorale della Cambridge Analytica. È l’azienda inglese guidata, fino a poco tempo fa, da Alexander Nix. Lo stesso che ha collaborato strettamente con Brad Parscale, braccio destro sul digitale di Donald Trump durante le presidenziali. Avrebbe inondato gli elettori, «soprattutto americani », con messaggi personalizzati costruiti partendo da informazioni acquisite in maniera fraudolenta. «Non sappiamo ancora esattamente cosa sapevano –prosegue Zuckerberg- e ci vorrà tempo per capire quanto quei messaggi erano efficaci. Ma sappiamo che potrebbero aver raggiunto 87 milioni di persone ». Si pensava si trattasse di 50 milioni di account ai quali si era arrivati partendo dai 270 mila ottenuti dall’app dell’accademico Aleksandr Kogan intitolata This is Your Digital Life, poi comprati da Nix. A loro volta, grazie alla rete di amicizie, quei 270 mila si sarebbero moltiplicati portando alle informazioni riservate di decine di milioni di elettori. Ora il cofondatore di Facebook conferma: sono invece 87 milioni. E fra questi ci sono 214 mila italiani. I 57 che hanno istallato l’app di Kogan e la loro rete di amicizie, per un totale di 214,123 utenti di Facebook.
Zuckerberg dovrà risponderne davanti la Commissione dell’Energia e del Commercio della Camera degli Stati Uniti mercoledì prossimo. «Sarà un’occasione per affrontare molti temi», spiega lui. «Non venderemo mai le informazioni delle persone a nessuno», aveva anticipato poco prima Erin Egan, vice presidente di Facebook a capo di privacy e policy. «Abbiamo la responsabilità di mantenere al sicuro le informazioni delle persone e imponiamo ai nostri partner severe restrizioni sull’utilizzo e la divulgazione dei dati ». Ma queste restrizioni sono state introdotte a partire dal 2014, Facebook aveva sorpassato la boa del miliardo di utenti due anni prima, e molte app si erano già informazioni preziose. Iniziando da quella di Aleksandr Kogan. Cambridge Analytica ha negato di aver usato quei dati, anzi sostiene di averli cancellati. Ma se lo avesse davvero fatto oggi Facebook non darebbe i numeri.
«Ieri abbiamo chiuso le pagine di troll russi e stiamo lavorando per proteggere le elezioni in tutto il mondo. Abbiamo 15 mila persone che ci lavorano e diverranno 20 mila », continua Zuckerberg. Stupisce però che una multinazionale del genere si sia accorta solo ora che il suo universo veniva sfruttato in maniera fraudolenta e proprio da coloro che volevano erigere muri mentre la missione della compagnia era connettere l’umanità. Ma questo la dice lunga, per usare le parole del saggista Eli Pariser, l’autore The Filter Bubble del 2011, sulla sorprendente impreparazione dello stato maggiore del social network e in generale della Silicon Valley a gestire il potere che ha accumulato. Scott Stringer, che sul social network ha investito un miliardo di dollari, ora chiede le dimissioni dello stesso Zuckerberg. Lui si difende: «La vita è imparare dai propri errori. Nessuno aveva mai costruito una realtà come Facebook, non siamo perfetti, ma è un servizio usato da molti in maniera positiva” conclude Zuckerberg. Ma difficile che basti per tirar fuori la compagnia dal momento critico che sta vivendo.

Jaime D’Alessandro

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