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Zona rossa per 4 regioni Conte: sulla salute non tratto

Da domani, e per almeno due settimane, quattro Regioni d’Italia diventeranno zona rossa. Si tratta di Lombardia, Piemonte, Calabria e Valle d’Aosta. Aree in cui sarà vietato uscire di casa, se non con l’autocertificazione e per motivate ragioni di studio, lavoro e necessità. E dove si chiuderà quasi tutto, ad eccezione di attività essenziali e industrie. La scuola sarà in presenza solo fino alla prima media. Altre due Regioni, Puglia e Sicilia, diventeranno aree arancioni e saranno costrette a chiudere bar e ristoranti, ma anche a vietare i movimenti fuori dal proprio Comune. Il resto del Paese sale al livello giallo: e dunque Dad al 100% per le superiori («un fatto che pesa molto al governo», ammette Giuseppe Conte), coprifuoco dalle 22, chiusure mirate di musei, centri commerciali nel week end, sale bingo. «Non possiamo attendere, è giusto agire – sostiene il premier – Non abbiamo alternative per congelare l’impennata del contagio».
È una giornata surreale, se non fosse anche carica di un’attesa drammatica. Diciotto milioni di persone attendono solo l’ufficialità della nuova condizione di zona rossa, mentre altri quaranta milioni ballano sul filo, in bilico tra area arancione e gialla. Le certezze arrivano solo a sera, alle 20.30, con una conferenza stampa di Conte, mentre il dpcm scompare per alcuni minuti dal sito del governo. Il premier annuncia l’Italia divisa in tre colori. Una distinzione necessaria, sottolinea, per evitare restrizioni troppo pesanti dove non serve, troppo lievi dove serve rigore. Scompare dalle mappe il verde, perché restituisce una tranquillità che non è più di nessun territorio. «Condividiamo la frustrazione e il disagio – ammette il presidente del Consiglio – ma dobbiamo tenere duro. Ci attendono mesi lunghi e difficili. Ma rispettando le regole possiamo recuperare un margine di serenità».
È Conte, insomma, a metterci la faccia. Deve farlo. Per “coprire” Roberto Speranza, sottoposto agli attacchi di alcuni governatori. «Le ordinanze vengono fatte “sentendo” il presidente di Regione – precisa – ma non negoziando con lui. Non si può contrattare sulla pelle dei cittadini ». Difende le ragioni del governo, finito sotto tiro del fuoco amico degli amministratori per i ritardi nelle decisioni. «Caro governo – ironizza il sindaco dem di Milano Beppe Sala sono le 6 di sera e un bar milanese ancora non sa se domattina potrà riaprire». E i governatori leghisti, ostili verso chiusure giudicate «atti politici». Per non parlare di Vincenzo De Luca, che per giorni frena l’esecutivo ma poi conferma la chiusura di tutte le scuole in Campania.
Già, la Campania. Contro ogni previsione ed evidenza, si ritrova nella fascia gialla. Probabilmente per i dati poco chiari forniti dalla Regione. È il motivo che spinge il Cts e l’Iss a non comunicare un monitoraggio aggiornato, limitandosi a tradurre in restrizioni quello del 25 ottobre. Un problema, quello della comunicazione dei dati, che pare determinante nella scelta di lasciare fuori dalla stretta il Veneto (che gode comunque di un sistema sanitario solido) e la Liguria, probabilmente oggetto di una nuova ordinanza la settimana prossima. E fuori dalle restrizioni più dure ci sono altre grandi Regioni come Lazio, Emilia Romagna, Toscana. Resta il fatto che anche il governo arranca, ritardando decisioni che dovrebbero diventare operative poche ore dopo. E infatti, dopo una triangolazione tra Conte, Speranza e Boccia, l’entrata in vigore del dpcm slitta a domani.
Il decreto permette l’istituzione di zone rosse provinciali. E introduce di nuovo l’autocertificazione, necessaria per chi si trova fuori casa dopo le 22 su tutto il territorio nazionale, per chi si muove fuori dal proprio Comune nelle zone arancioni, in ogni circostanza per chi circola nelle zone rosse. In arrivo anche un “decreto ristori” bis, che Conte promette già per stasera.
La verità è che questo è l’ultimo tentativo per evitare il lockdown nazionale. È un obiettivo del premier, che preferirebbe anche risparmiarsi un nuovo scostamento di bilancio che probabilmente ci sarà. Resta comunque l’obbligo di credere in un rapido miglioramento. «Se sono ottimista? Non sto pensando a veglioni, cenoni natalizi, balli – risponde Conte – Bisogna rispettare le regole. Se ci arriviamo in serenità, anche la fiducia nei consumi non sarà depressa».
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