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Una «zavorra» sui conti di aziende e banche

Nei quartieri generali delle banche italiane da giorni sono in corso simulazioni sugli effetti potenziali delle misure previste dall’addendum sugli Npl appena messo in discussione dalla Bce. E le prime valutazioni, anche se sommarie e informali, non possono che essere all’insegna della preoccupazione. Secondo le prime proiezioni di Equita, il costo del rischio nel primo biennio dovrebbe salire di una decina di punti base, portando il costo dei nuovi accantonamenti a 1,3 miliardi annui. Più costi per le svalutazioni farebbero scendere la redditività (-60 punti base in termini di Rote adjusted nel 2019), portando i profitti del settore in calo dell’8%. Insomma: per le banche si prospetta un «macigno», come l’ha definito ieri il presidente dell’Abi Antonio Patuelli, che arriva peraltro nel momento in cui il settore del credito stava tentando di rialzare la testa dopo anni di tribolazioni.
Di mezzo, come noto, c’è la svalutazione al 100% dei nuovi deteriorati dal 2018 dopo 2 anni di ingresso a non performing se non garantiti e dopo 7 anni se garantiti. Dettagli, questi, su cui ballano miliardi, che rischiano di pesare sui conti degli istituti e degli azionisti. Per questo c’è da scommettere che in sede di consultazione non mancheranno emendamenti che chiedano di rivedere i punti più sensibili del documento. Banca d’Italia è in pressing perché dalla svalutazione programmata vengano escluse le posizioni garantite da collaterale, e che comunque la misura si applichi solo ai nuovi flussi e non allo stock di crediti esistenti. Un’ipotesi, ragionano alcuni banchieri, potrebbe essere quella di allungare i tempi per gli accantonamenti, soprattutto sul fronte dei non garantiti, che in Italia non sono solamente rappresentati dai tradizionali prestiti al consumo, ma spesso sono usati come strumento di credito alle Pmi in abbinata a quello secured. Proposte, queste, che già prefigurano la battaglia in vista di marzo, termine entro il quale Bce intende presentare ulteriori strette prudenziali, stavolta sullo stock di Npl in essere. Una fronte, questo, che se aperto avrebbe conseguenze imprevedibili per il sistema del credito domestico.
L’intento della Bce, diceva ieri Credit Suisse in una nota, è di «evitare la creazione di un elevato stock di Npe per il futuro». Certo è che il «calendar provisioning» si scontra con la realtà dei singoli paesi, che in Italia contempla anche tempi lunghi per il ripossessamento dei beni in garanzia, complice la lentezza dei Tribunali. Ecco perché è ragionevole prevedere un aumento dell’ incentivo a vendere Npl. «Scende l’incentivo per le banche a originare e tenere sui libri prestiti non garantiti – argomenta Giovanni Razzoli, analista di Equita Sim – Le banche potrebbero diventare semplici distributori di prestiti unsecured che sono poi ceduti a soggetti terzi», e questo a catena potrebbe portare a un calo dei ricavi. Non solo. In generale, è destinato ad aumentare il prezzo dei prestiti per retail e Pmi, con un inevitabile impatto sugli investimenti delle aziende. Ma soprattutto è destinato a cambiare l’umore del mercato. Le misure previste dalla Vigilanza potrebbero far emergere dubbi del mercato sulla tenuta rispetto alla tenuta dei livelli minimi patrimoniali e sulla capacità di erogare un payout nel lungo termine. Non è un caso che negli ultimi due giorni sui titoli del settore bancario si stiano registrando vendite, seppur il comparto abbia sovraperfomato i peers europei del 13% da inizio anno.

Luca Davi

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