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Zamagni: «L’economia si apre alla biodiversità»

Non sarà solo il Terzo settore a essere profondamente rivoluzionato dalla legge delega di riforma approvata mercoledì scorso dal Senato e ora da tradurre nei decreti attuativi che interesseranno tutti gli aspetti della solidarietà: «Ci sono nella legge princìpi innovativi per tutte le attività economiche. Princìpi che consentono un passo decisivo verso l’economia “civile”». La sottolineatura è di Stefano Zamagni, economista, docente all’Università di Bologna, presidente della Fondazione Italia per il Dono e già presidente dell’Agenzia per il
Terzo settore.
Continua pagina 19 Mauro MeazzaContinua da pagina 1 Professor Zamagni, quali sono i motivi per i quali ritiene che la legge delega di riforma del terzo settore avrà effetti non solo nell’ambito del non profit?
Perché questa legge contiene tre elementi qualificanti, che consentono di aprire una fase nuova. Oltre a essere la prima legge che comprende tutto il comparto nel suo insieme. Finora abbiamo avuto solo leggi settoriali.
Quali sono gli elementi qualificanti della delega?
Il primo è il passaggio dal regime concessorio – dettato nel 1942 dal Codice civile e rimasto finora intatto – a un regime di riconoscimento: finora i soggetti dovevano ottenere dallo Stato l’autorizzazione a operare. Basta pensare che ancora oggi le fondazioni devono avere il placet del prefetto. Ora questa riforma muta il ruolo dell’autorità pubblica, che deve riconoscere l’attività svolta e controllare. È?un principio di libertà. Ma questo è solo uno degli assi portanti della legge.
Gli altri?
In primo luogo la possibilità, finalmente riconosciuta, di poter ridare spazio alla creatività, all’inventiva, all’iniziativa personale. Ricordiamoci che il Terzo settore l’abbiamo inventato noi italiani settecento anni fa, con la creazione delle prime “Misericordie” toscane. Ora restituiamo a chi opera nel Terzo settore un ruolo da protagonista. Passiamo a un approccio che potremmo riassumere con “per fare il bene non ci vuole autorizzazione; ci vuole per fare il male”. Ovvero: quel che può danneggiare qualcuno ha bisogno di essere autorizzato, non quel che può aiutare. Inoltre, per la prima volta introduciamo la biodiversità economica.
Cosa significa?
Significa che superiamo la dicotomia impresa profit/impresa non profit. Finora solo all’impresa profit è stato riconosciuto il diritto pieno di operare, mentre gli operatori del Terzo settore erano collocati “in panchina”. Ora abbiamo una serie di soggetti, dall’impresa sociale alle società benefit, dalle Onlus alle fondazioni. E questa biodiversità economica porta a un’ibridazione che coinvolge tutte le imprese, anche quelle profit. Ci sono molti imprenditori che, accanto alle loro attività profit, si impegnano per sostenere l’istruzione, la sanità, i beni culturali. Lo stesso settore non profit si gioverà del passaggio dalla cultura dell’output a quella dell’outcome.
Cioé una cultura del risultato. Per esempio?
Per esempio: preparo un corso di addestramento per riqualificare persone disoccupate e lo fornisco a 100 persone. Qui si ferma l’output. L’outcome è verificare quanti di quei 100 hanno poi trovato un lavoro. Lo strumento del bilancio sociale, ancora rarissimo nel nostro Terzo settore, serve esattamente a questo. E infine…
Infine?
C’è, con questa delega, la possibilità di dare ali al principio di reciprocità. Superiamo il modello bipolare delle imprese for profit che danno risorse allo Stato, che poi a sua volta le redistribuisce. Alimentiamo invece un welfare generativo, in cui si possono avere scambi reciproci di competenze e servizi.
Non teme che, nell’attuare parti delicate della delega, come quelle relative al fisco, queste attese e questi principi possano essere in tutto o in parte vanificati?
Il fisco dovrebbe essere favorevole a questa legge: se aumenta la redditività dei soggetti, aumenta l’area tassabile. L’impresa sociale non ha interesse a evadere. Potranno rendersi necessarie, piuttosto, modifiche alla normativa del 1997 sulle Onlus.
E non c’è il rischio che l’attuazione si tramuti poi in ulteriori adempimenti burocratici?
I decreti attuativi dovranno usare un approccio deciso. La normativa regolamentare potrebbe, in effetti, esasperare i passaggi burocratici a scapito dello spirito innovativo della legge. Ma su questo dovremo tutti vigilare, a cominciare dal governo. Sappiamo che la cattiva burocrazia è sempre ostile all’innovazione.

Mauro Meazza

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