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Zaleski e l’arte di prorogare i debiti

Cinque anni fa vantava un patrimonio di 11 miliardi a fronte di 6 miliardi di debiti e poteva contare sul 5,9% di Intesa Sanpaolo, quota che faceva di lui il primo azionista privato di Ca’ de Sass. Son crollate le Borse (e non solo) ed è crollato il suo impero. Ma Romain Zaleski, il finanziere franco polacco a cui fa capo la Carlo Tassara, è riuscito a «congelare» debiti ed interessi e ad evitare liquidazioni forzose con un semplice patto siglato con le banche nel 2008: in un anno – stabiliva l’accordo – il presidente Pietro Modiano (scelto dalle banche ed ex dg di Intesa Sanpaolo) doveva completare l’opera di smantellamento del ricco portafoglio partecipazioni. Prima, però, era necessario «nazionalizzare» il debito della Carlo Tassara, con il rientro immediato di 1,6 miliardi di linee a Rbs e Hsbc, unici due istituti esteri esposti verso la società.
Il contratto, nella sua prima versione, doveva dunque scadere alla fine del 2009 con l’abbattimento della montagna di debiti (6 miliardi appunto) concessi dalle principali banche italiane. Siamo nel 2013 e la Carlo Tassara si appresta a chiedere la terza proroga per spostare impegni e scadenze che sarebbero terminati con il 2013. Non si chiede un anno di tempo in più, bensì altri due: fine del 2015. Che si sommano ai quattro anni già concessi. Le trattative sono in pieno svolgimento, ma sembra quasi scontata la nuova proroga da parte degli istituti. Perché il vero problema, nella parabola senza fine della Carlo Tassara, è rappresentato proprio dal groviglio di ruoli che le banche italiane ricoprono in questa vicenda: creditori, titolari di pegno su azioni proprie, e anche soggetti partecipati dalla Tassara. Una serie di circostanze che ha reso quasi impossibile liquidare tout court le partecipazioni e rientrare dai crediti. Troppi interessi in gioco. E troppi pacchetti sensibili raccolti nei salotti buoni della finanza a «rischio».
Punto di partenza per capire quanto «pesa» in termini di equilibri di potere il salvataggio della società di Zaleski è scorrere il portafoglio partecipazioni. Oggi, dopo dismissioni, diluizioni e adesioni a offerte pubbliche di acquisto, le quote di spicco della galassia sono ridimensionate, ma rappresentano comunque pacchetti chiave nelle principali realtà italiane: l’1,7% di Intesa Sanpaolo, l’1,42% di Ubi Banca, il 2,5% di A2A, l’1,73% di Cattolica, lo 0,25% della Bpm, l’1,14% di Mps, lo 0,68% di Generali, l’1,17% di Mediobanca e il 19% di Mittel. Tre di queste «partecipate», ovvero Intesa Sanpaolo, Ubi e Mps, sono anche i principali creditori della Carlo Tassara. Dei 2 miliardi di debiti attuali, Intesa Sanpaolo è infatti esposta per 1,3 miliardi. Seguono in rapida successione Unicredit (520 milioni), Mps (200 milioni) e Ubi (150 milioni).
Ora: il portafoglio italiano agli attuali prezzi di borsa vale intorno ai 600 milioni di euro. A questo si sommano poi le partecipazioni estere rappresentate dal 12,8% del gruppo minerario francese Eramet, dal 35% della banca polacca Alior Bank e dal 7% di Comilog una miniera di manganese in Gabon. Stando alla capitalizzazione delle due quotate, la quota Eramet (2 miliardi) vale circa 250 milioni, mentre il 35% di Alior (4 miliardi di zlotys) può valere almeno 330 milioni di euro. In tutto, dunque, tra quote in società italiane ed estere l’incasso potenziale per la Tassara nel caso in cui liquidasse oggi l’intero portafoglio sarebbe intorno a 1,1 miliardi, troppo poco se confrontato con i debiti che la società ha verso gli istituti italiani.
Naturale chiedere altro tempo alle banche. Ma all’interno di questo puzzle di debiti e partecipazioni incrociate si colgono delle sfumature. Perché il «nuovo» tempo chiesto agli stituti creditori dalla Tassara sembra riservato alla tutela delle sole partecipazioni italiane. Per quelle estere la strada della cessione (in tempi rapidi) è infatti già segnata. L’ultimo accordo con gli istituti, ora in fase di negoziazione, prevedeva infatti che a fine dicembre scorso scattasse l’affidamento di un mandato a banche «esterne» per liquidare le partecipazioni estere, mentre per quelle italiane lo stesso meccanismo sarebbe scattato a luglio di quest’anno. Sono stati così affidati, come da contratto, tali mandati per le due partecipazioni estere, Alior ed Eramet, in via di dismissione, mentre in queste ore si cerca di bloccare la vendita accellerata delle partecipazioni italiane, spostando la clausola del mandato esterno a luglio del 2014. Dunque, dopo la «nazionalizzazione» del debito, il nuovo obiettivo sembra proprio quello della «nazionalizzazione» del portafoglio di Zaleski. Che poi altro non è che la rappresentazione delle principali banche e assicurazioni del Paese. Quelle stesse banche creditrici e «partecipate» dalla Tassara.

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