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Youtube paga per il copyright

Via da Youtube le puntate di telenovelas rese disponibili in violazione di copyright. Lo stabilisce la Sezione specializzata in materia d’Impresa del tribunale di Torino con sentenza n. 1928 del 2017. Accolta, almeno su questo punto, la richiesta avanzata da Delta tv programs, società di produzione televisiva, titolare dei diritti di sfruttamento commerciale in diversi Paesi (tra cui l’Italia) di una ventina di telenovelas realizzate in Sud America. Diverse puntate erano da tempo state rese disponibili, gratuitamente sulla piattaforma Youtube. Di qui una doppia richiesta avanzata da Delta tv, di rimozione dei contenuti e di risarcimento dei danni subiti. Su quest’ultimo aspetto sono stati riconosciuti 250mila euro in via equitativa, molto al di sotto dei valori richiesti.
Una vicenda che si è trascinata nel corso degli anni, visto che il tribunale di Torino ancora nel 2014 aveva chiarito che la responsabilità di Youtube nella violazione dei diritti di proprietà intellettuale andava chiesta in maniera circostanza, indicando nel dettaglio la url (striscia di indirizzo internet) che permette un accesso illecitamente gratuito ai contenuti tutelati.
Ora, la sentenza sottolinea come Youtube non ha provveduto, malgrado le segnalazioni, a rimuovere i contenuti incriminati, ma “solo” a oscurarli, in maniera tale da renderli accessibili dall’estero o anche dall’Italia, ma simulando un accesso dall’estero. Youtube ha però un sistema di rivendicazione del copyright fondato sulla possibilità di “reclamo” di un soggetto diverso da quello che ha caricato il video e di “controreclamo” da parte di quest’ultimo. In tutti casi analizzati, oggetto della controversia, nessuno ha provveduto ad avanzare controdeduzioni al reclamo di Delta tv.
Ora, scrivono i giudici torinesi, «una volta che si verifica che vi è una segnalazione di violazione di copyright e che l’utente che ha caricato il video contestato nulla osserva per dimostrare di essere il proprietario dei diritti vantati da altri, appare evidente che il prestatore dei servizi della società dell’informazione è stato pienamente informato, ed è ora a conoscenza, dell’illiceità del caricamento, avvenuto contro la volontà dell’unico soggetto che rivendica i relativi diritti».
Come procedere però? La sentenza mette in evidenza la necessità della cooperazione dell’hosting provider con chi ha segnalato la violazione «e, in tal senso, la prima misura è certamente quella di impedire il caricamento da parte dello stesso soggetto di nuovi video, ovvero di controllare con più accuratezza, e con una verifica specifica (anche manuale e non solo automatica), il materiale da questi caricato, e ciò a prescindere dal numero di volte in cui si sono ricevute altre simili contestazioni con riferimento a quel dato individuo (che possono essere due o più), e tenuto anche conto che non è certo un diritto inviolabile del singolo quello di riversare sulla piattaforma Youtube propri video».
La sentenza prende poi posizione su un altro tema delicato, quello della perdita di neutralità del prestatore di servizi. La difesa Delta tv sosteneva che l’attività di indicizzazione organizzazione e gestione dei video caricati da terzi, con l’obettivo del loro sfruttamento, sarebbe idonea a escludere la neutralità. Non è così però, afferma la Sezione specializzata, perchè un intervento che valorizzi quel video, inserendolo in un indice, abbinandovi pubblicità coerente con la sua tipologia, rendendolo visibile accanto ad altri video simili, non compromette la posizione di neutralità perchè non incide in nulla sul contenuto del video stesso.
Per l’avvocato Luciano Daffarra, esperto in diritto d’autore e proprietà intellettuale, tuttavia, «tale affermazione pare stridere rispetto al tenore della sentenza 8437/2016 del Tribunale di Roma, secondo cui il “modello di business” offerto dalla stessa piattaforma oggetto dell’esame del tribunale piemontese, darebbe vita ad un vero e proprio coinvolgimento dell’Isp nella messa a disposizione dei contenuti da parte degli utenti, tale da fargli perdere il beneficio del safe harbor».

Giovanni Negri

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