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Yellen: tassi alti solo con la ripresa

La Federal Reserve taglia di altri 15 miliardi gli acquisti di titoli del Tesoro e obbligazioni private sul mercato e conferma che tra un mese questo strumento espansivo della politica monetaria verrà definitivamente azzerato e spedito in soffitta, proprio mentre l’Europa inaugura la sua stagione di «quantitative easing». Ma chi si aspettava elementi più precisi sulla normalizzazione della politica monetaria e un’indicazione temporale su quando, l’anno prossimo, i tassi d’interesse riprenderanno a salire per la prima volta dall’inizio della crisi finanziaria, è rimasto deluso. Il vertice dei governatori della (Fomc) di ieri non ha fornito nuovi elementi di valutazione, anche se il linguaggio, alla fine, è parso a molti più accomodante che nel recente passato: il costo del denaro deve tornare a salire, certo, ma con molta prudenza perché, anche se il mercato del lavoro Usa continua lentamente a migliorare, la sottoutilizzazione della forza-lavoro rimane un problema molto serio. 
Al tempo stesso l’assenza di rischi dal lato dell’inflazione consente alla Fed di prendersi tutto il tempo che vuole, almeno dal punto di vista della «temperatura» dell’economia reale. E il dato pubblicato proprio ieri – i prezzi che nel mese di agosto non solo non sono aumentati, ma hanno addirittura subito una flessione dello 0,2%, la prima da un anno e mezzo a questa parte – ha ulteriormente ridotto la pressione sulla Fed.
Janet Yellen ha potuto, così, di nuovo indossare i panni della paladina di una politica monetaria permissiva, anche se alla conferenza stampa che ha seguito le decisione del Fomc, più che una «colomba», è parsa una sfinge: memore delle scosse che alcuni mesi fa derivarono da un suo accenno alla possibilità che i tassi tornino a crescere sei mesi dopo la fine della fase di «quantitative easing», il presidente della Banca centrale Usa ha evitato accuratamente di fornire ai mercati qualunque elemento sulla tempistica della ripresa del costo del denaro. Si è limitata a precisare che, quando inizierà, si agirà soprattutto sui «Fed Funds» e che, anziché a un tasso fisso, si farà ricorso a una «forchetta» (come quella attuale, da 0 a 0,25%). Saranno le condizioni dell’economia a spingere su o giù i tassi entro la banda.
Comunque il documento trimestrale di analisi economica presentato ieri dal board della Fed indica che la media delle proiezioni sui tassi d’interesse ora prevede l’1,375% a fine 2015 (0,2% in più rispetto a tre mesi fa), 2,875 a fine 2016 e 3,75 a fine 2017. Scarse le reazioni dei mercati azionari mentre il dollaro ha continuato, lentamente, a rafforzarsi. Forse in virtù di questi dati, o forse perché, se nell’immediato la Yellen rimane «colomba» (e i due «falchi» dissenzienti, Richard Fisher e Charles Plosser usciranno di scena a fine anno), è anche vero che ieri la Fed ha presentato un corposo documento metodologico sulla normalizzazione della politica monetaria, nel quale c’è l’impegno a riportare entro dimensioni più normali un bilancio della Banca centrale che negli anni della crisi è cresciuto a dismisura, anche grazie al superlavoro della tipografia che stampa dollari, per sostenere l’economia.

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