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Yellen pronta al rialzo dei tassi Draghi, il D-day sui nuovi stimoli

Oggi, a Francoforte, la Banca centrale europea annuncerà quasi certamente un ulteriore stimolo all’economia dell’Eurozona: obiettivo, aumentare l’inflazione. L’aspettativa è questa da settimane ed è stata rafforzata ieri dalle stime preliminari sui prezzi a novembre effettuate da Eurostat. Secondo l’ufficio statistico europeo, nell’area euro l’inflazione è rimasta allo 0,1%: inferiore alle aspettative (0,2%) di gran parte degli economisti di mercato. Siamo lontani dal target della Bce, che è di un aumento dei prezzi inferiore ma vicino al 2%. L’inflazione core, cioè depurata da cibo e prodotti energetici, è addirittura scesa dall’1,1% di ottobre allo 0,9%.
Il consiglio dei governatori questa mattina ascolterà le previsioni su crescita e prezzi che ogni tre mesi vengono preparate dallo staff della Banca centrale, presentate dal capo economista Peter Praet. A settembre aveva detto di aspettarsi l’aumento dei prezzi allo 0,1% quest’anno, all’1,1% il prossimo e all’1,7% nel 2017; e la crescita dell’economia rispettivamente all’1,4%, all’1,7% e all’1,8%. Probabilmente, ridurrà le previsioni sull’inflazione per gli anni a venire. Con ciò darà a Mario Draghi un argomento in più per convincere il consiglio a varare nuove misure espansive: difficilmente la decisione sarà unanime — la tedesca Bundesbank e qualche altra banca centrale dicono di non vedere ragioni per cambiare politica monetaria — ma alla fine la linea di Draghi dovrebbe ampiamente passare.
Già in ottobre, il presidente della Bce aveva fatto intendere di non escludere un incremento dello stimolo monetario in atto da marzo con il programma di acquisti di titoli sui mercati (il Quantitative Easing ) e con i tassi d’interesse attorno allo zero. In un discorso il mese scorso, era stato ancora più chiaro, aveva introdotto un elemento di urgenza nell’analisi della situazione e aveva così preparato le decisioni che si appresta a prendere oggi. Parlando del target d’inflazione vicina al 2%, aveva detto: «Se decidiamo che la traiettoria della nostra politica non è sufficiente a raggiungere quell’obiettivo, faremo quello che dobbiamo per fare crescere l’inflazione il più in fretta possibile». Con ciò, Draghi ha molto alzato le aspettative, che in una certa misura ora sono già contenute nei prezzi di mercato: agli annunci, dunque, sa bene di dovere fare seguire l’azione, e un’azione significativa, che in qualche misura sorprenda.
Tra gli Ecb-watcher — coloro che studiano ogni minuto parole e azioni della Bce — le ipotesi sulle scelte che verranno annunciate oggi sono numerose. L’aumento della quantità di titoli da comprare ogni mese, ora a 60 miliardi. L’allargamento del tipo di titoli acquistabili. L’allungamento del programma di Quantitative Easing a dopo il settembre 2016 e quindi oltre i 1.100 miliardi complessivi previsti (ora siamo a metà). L’ulteriore abbassamento del tasso d’interesse sui depositi che le banche tengono presso la Bce, oggi già negativo per lo 0,20%, in modo da aumentare la velocità di circolazione del denaro sperando che ciò spinga l’inflazione. C’è anche chi parla di un tasso d’interesse sdoppiato su questi depositi, per non penalizzare troppo le banche. E chi si aspetta qualcosa di creativo ma non sa cosa. Attese forti.
Non solo nell’Eurozona. Anche le banche centrali di Svizzera, Svezia, Danimarca saranno molto attente: le scelte della Bce hanno una buona probabilità di fare indebolire l’euro (in teoria un movimento inflazionista, per la moneta unica) e quindi potrebbero dovere intervenire per non lasciare rafforzare troppo le loro valute. Soprattutto, gli annunci di Draghi saranno studiati a fondo dalla Federal Reserve americana, che il 16 dicembre potrebbe decidere, al contrario della Bce, di alzare i tassi d’interesse, per la prima volta dal 2006. Ciò metterebbe le due maggiori banche centrali del mondo su strade che sono state definite di Grande Divergenza transatlantica. Con effetti massicci sui movimenti di capitale tra le valute, non solo dollaro ed euro ma anche quelle dei Paesi emergenti. La presidente della Fed Janet Yellen dovrà soppesare bene le scelte di Draghi: questo mese di dicembre si annuncia come un cambiamento di stagione di grande rilievo per l’intera economia globale.
Nella riunione di oggi, il presidente della Bundesbank Jens Weidmann, il membro tedesco del consiglio esecutivo, Sabine Lautenschläger, e forse qualche banchiere centrale baltico sosterranno probabilmente che l’economia dell’Eurozona non va male: la produzione manifatturiera a novembre è stata ai massimi da un anno e mezzo e la disoccupazione in un anno è scesa dall’11,5 al 10,7% (a ottobre). Draghi però ribadirà che l’inflazione troppo bassa è un pericolo che non si può lasciare ingigantire.
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