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Yellen & Fed Tassi in rialzo, con giudizio (e pazienza)

Giorni fa Janet Yellen ha lasciato tutti a bocca aperta quando, nella conferenza stampa di fine d’anno, le hanno chiesto dei rischi per l’economia derivanti da un’inflazione che continuerà a essere troppo bassa anche nel 2015. L’appiglio giusto per questa economista democratica, progressista convinta – la colomba che da un anno guida la Banca centrale Usa – per rinviare ancora l’aumento del costo del denaro. Ma la Yellen ha liquidato la questione sostenendo che il calo dell’inflazione è solo transitorio: dipende da una diminuzione dei prezzi petroliferi che non potrà continuare in eterno, mentre la ripresa dell’occupazione e dei livelli retributivi prima o poi avrà ripercussioni anche sul costo della vita. Insomma, l’inflazione non può essere usata come scusa per differire ancora la normalizzazione della politica monetaria tornando a far crescere i tassi d’interesse che sono fermi a quota zero dal lontano 2008. 
Curioso il destino di questa anziana studiosa liberal che, dopo aver passato una vita a predicare il verbo delle strategie monetarie permissive, si trova a dover riportare la Federal Reserve sulla strada del rigore dopo gli anni nei quali il suo predecessore Ben Bernanke, un economista conservatore, ha attuato una politica espansiva senza precedente mettendo sulle spalle della Fed oneri enormi: il bilancio dell’Istituto sotto la sua gestione è passato da 900 ai 4.400 miliardi di dollari. Convinto, da grande studioso del crac del 1929, che quella strategia fosse l’unico modo per evitare un’altra Grande Depressione dopo la gelata del credito seguita al fallimento della Lehman Brothers, Bernanke è andato fino in fondo. Ignorando gli insulti dei repubblicani che lo hanno accusato di tradimento per aver indirettamente aiutato Obama.
Adesso che le esigenze di politica monetaria sono cambiate, è la Yellen che rischia l’accusa dei liberal di tradire la causa del uso audace della leva monetaria per far crescere l’economia. Ma l’accademica che presiede la Fed non può sottrarsi ai sui obblighi istituzionali e, a ben vedere, la sua scelta di marciare speditamente verso un aumento dei tassi d’interesse (che sarà, comunque, molto graduale) non dovrebbe penalizzare i lavoratori che vivono del loro salario.
Lezioni di storia
Certo, dagli anni della presidenza Kennedy la sinistra ha puntato a sostenere sempre e comunque la crescita ricorrendo, magari, anche a strumenti spregiudicati, convinta che, come diceva il presidente della nuova frontiera, l’alta marea avrebbe sollevato tutte le barche. Una presunta regola aurea smentita dalla ripresa seguita alla Grande recessione del 2008: stavolta i benefici della crescita sono andati ai professionisti creativi e a chi ha investito nella finanza e nelle grandi società dell’era digitale. E proprio il denaro gratis, offerto dalla Fed a investitori, banche e gruppi finanziari ha oliato la macchina della distribuzione diseguale del reddito. Oggi, con la sua correzione di rotta, la Yellen, oltre a favorire il rientro della Fed da un’esposizione che era diventata eccessiva, cerca di togliere benzina a un motore che, accentuando la polarizzazione della ricchezza, contribuisce ad alimentare pericolosi squilibri sociali, come la stessa governatrice ha avuto modo di sottolineare più volte negli ultimi mesi.
Messaggio
Il messaggio vero arrivato dalla Yellen con la decisione di andare avanti con l’aumento del costo del denaro ponendo fine a una fase emergenziale nella gestione del credito che dura da quasi un decennio è una dichiarazione di fiducia nella solidità della ripresa dell’economia americana, considerata capace di resistere anche a un peggioramento del quadro economico internazionale. Con una produzione industriale che è appena tornata per la prima volta sopra i livelli pre-crisi, quelli del 2007, le industrie non dovrebbero essere troppo penalizzate da un rafforzamento del dollaro che, comunque, frenerà l’export. E’ per questo che il mercato ha reagito positivamente alle scelte della Fed, con la Borsa di Wall Street salita quasi del 4% nei due giorni successivi all’ultima riunione del direttorio della Banca: lo scatto più consistente nel 2014. Per la Yellen questa scelta di normalizzazione monetaria dovrebbe avere anche il valore di una polizza assicurativa nel rapporto della Fed col sistema politico. Più di ogni altra cosa, infatti, la Banca Centrale Usa teme la perdita della sua autonomia. Sarà questa la battaglia cruciale di Janet nel 2015: con l’inizio, il primo gennaio, della nuova legislatura, il Congresso sarà, infatti, dominato da quei repubblicani che, fin dagli anni della gestione Bernanke, contestano le scelte dell’Istituto e tentano di imporgli nuovi vincoli e controlli.
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