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Xi Jinping a Londra pronto allo shopping Applausi e proteste

LONDRA.
Le bandiere rosse che sventolano attorno a Buckingham Palace non sono il segno di un golpe di Jeremy Corbyn, il nuovo leader laburista, giudicato dai suoi detrattori un pericoloso marxista, bensì il rispettoso saluto a Xi Jinping, primo leader cinese in un decennio a fare una visita di Stato in Gran Bretagna. Una visita in pompa magna, che include un banchetto con la regina a palazzo reale, un discorso a camere riunite al parlamento di Westminster, un colloquio con David Cameron a Downing Street e quindi una cena privata con il premier nella sua residenza di campagna. Fonti diplomatiche europee hanno criticato come eccessivamente deferente il tappeto rosso, è il colore giusto, steso da Londra ai piedi dell’“imperatore” della nuova Cina: e bisogna ammettere che vedere il presidente di un paese senza democrazia parlare nella “madre di tutti i parlamenti” democratici, come è soprannominato il palazzo di Westminster, fa un certo effetto. Ma Xi, oltre alla retorica dettata dal protocollo («i nostri due paesi sono lontani ma legati da un profondo affetto reciproco », ha detto nel suo discorso ai deputati, tralasciando conflitti come la guerra dell’oppio e la restituzione della “colonia” Hong Kong a Pechino), ha portato con sé, figurativamente, una borsa piena di soldi: 30 miliardi di sterline di nuovi investimenti cinesi nel Regno Unito, che vanno ad aggiungersi a oltre 100 miliardi già spesi dalla Cina in questo paese, prevalentemente in infrastrutture e ora anche — con qualche ansia per la sicurezza nazionale — centrali nucleari. Il Foreign Office, ovvero il ministero degli Esteri britannico, spera di fare di Pechino il secondo maggiore partner commerciale entro un decennio. E tra gli investimenti che la Cina fa in terra inglese vanno contati pure gli studenti: 10 mila cinesi nelle costosissime scuole private del regno, 80 mila nelle non meno costose università, alla ricerca di un’istruzione qualificata.
Per questo Londra ha tutto l’interesse ad abbracciare Xi e farlo sentire più che benvenuto, al punto da avere concesso un visto di soltanto poche settimane all’artista dissidente cinese Ai Weiwei, del quale si tiene in questi giorni una grande mostra alla Royal Academy of Art londinese, per non far coincidere la sua presenza in città con quella del leader di Pechino. A raggelare un minimo l’atmosfera, più che la questione dei diritti umani, ha contribuito un inaspettato risvolto economico: proprio ieri la Tata, gigante globale dell’acciaio, ha annunciato il taglio di 1200 posti di lavoro in Inghilterra, una notizia che può causare «la morte per intere comunità», dice la B bc . La Cina è indirettamente responsabile, perché la crisi dell’acciaio è determinata in buona parte dai sussidi di Pechino alla propria industria. Così Cameron ha promesso di sollevare la questione nei suoi colloqui con Xi; e ha assistito senza troppi sorrisi al discorso in Parlamento del presidente cinese, accolto alla fine da un applauso cortese ma non proprio caloroso da parte dei membri della camera dei Comuni e di quella dei Lord.
Un “caloroso saluto” al leader cinese, viceversa, veniva espresso ieri su ben sei pagine di pubblicità del Financial Times , da aziende di Pechino operanti in Gran Bretagna. A Londra non sono mancate le manifestazioni di protesta per la visita di Xi, accanto ad altre di giubilo: anche se le bandierine cinesi sventolate dagli immigrati cinesi erano state distribuite dall’ambasciata del loro paese.
Il principe Carlo, amico del Dalai Lama, era assente dal banchetto a palazzo reale, ma è andato a dare il benvenuto a Xi nel suo albergo (e al banchetto, oltre alla regina, c’era suo figlio William). Nel discorso in Parlamento, Xi ha detto: «In Cina tutti sono uguali davanti alla legge », ma ha aggiunto che il sistema cinese ha le sue prerogative. E ha osservato: «Nessun paese è potente per sempre». Una volta il più potente della terra era l’Impero britannico. Adesso tocca alla Cina.
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