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Xerox: L’italiana che vuole insegnare a leggere ai pc

In inglese fotocopiare si dice «Xerox». Il marchio dell’azienda che 70 anni fa ha inventato la xerografia (la tecnica per fotocopiare «a secco») è diventato un verbo da quando le sue macchine hanno invaso uffici e case, rivoluzionando il modo di trattare i documenti. Ma ora quel business conta per meno della metà del fatturato di Xerox, che nell’era digitale — e degli uffici senza carta — ha dovuto reinventarsi come società di servizi. Un ruolo importante in questa trasformazione l’hanno giocata i ricercatori nel mitico centro di Paolo Alto — quello da cui Steve Jobs avrebbe «copiato» il primo personal computer — e nel centro europeo a Grenoble, diretto dall’italiana Monica Beltrametti. Che ha spiegato a CorrierEconomia quali sono le più promettenti frontiere dell’innovazione.
Lei dal 1993 ha partecipato alla creazione del centro di ricerca europeo di Xerox: perché avete scelto Grenoble?
«Cercavamo un luogo vicino a un’importante università scientifica e ad altri centri di ricerca. Abbiamo visitato diverse località, compresa Pisa, e Grenoble è stata quella che si è data più da fare per conquistarci: l’agenzia per la promozione della valle ci ha aiutato in tutti i modi, facendoci perfino perlustrare l’area in elicottero. Inoltre l’agenzia nazionale Invest in France attira le imprese estere anche con incentivi fiscali importanti: per ogni euro investito, abbiamo 30 centesimi di sconto. Per questo ora a Grenoble il 40% delle aziende è americano, da Oracle a Sun, da Caterpillar a Hewlett-Packard».
Gli investimenti in ricerca & sviluppo da soli non bastano al successo di un’impresa. Xerox è famosa per aver inventato il mouse e l’interfaccia del pc senza saperli sfruttare commercialmente…
«Quella è una storia ripetuta tante volte. Mentre si parla poco di tutte le invenzioni che hanno fruttato miliardi di dollari a Xerox, come la stampa laser. Comunque il processo dell’innovazione è cambiato molto dentro la nostra azienda in questi ultimi anni, insieme alla trasformazione del nostro business dalla manifattura ai servizi».
La svolta è venuta con l’acquisizione di Affiliated computer services (Acs) nel 2010?
«Sì, ci ha permesso di fare un salto in avanti su una strada già iniziata. Fin dal 1993 sapevamo che stampanti e fotocopiatrici sarebbero diventate commodity e proprio qui a Grenoble siamo stati pionieri della ricerca sui servizi, sviluppando la “tecnologia intelligente per i documenti”. Ora siamo ancor più focalizzati sull’automazione dei servizi e su come aiutare i clienti a prendere decisioni intelligenti».
Può spiegare con esempi pratici?
«Un campo su cui lavoriamo molto è dare al computer il dono della vista, cioè fargli vedere e capire le immagini su documenti o foto. Questo permette di automatizzare l’ufficio posta di un’azienda, che riceve migliaia di lettere al giorno: se il pc capisce il contenuto, può rispondere automaticamente nei casi semplici o, in quelli complessi, inoltrare la lettera all’esperto competente. Nel mondo dei trasporti, si può insegnare al computer a interpretare le targhe automobilistiche, velocizzando il pagamento dei pedaggi autostradali. Oppure si possono migliorare i servizi pubblici. Xerox gestisce già ora le biglietterie e tutto il relativo sistema informatico dei vaporetti a Venezia e degli autobus a Milano, Bologna, Napoli e Capri: analizzando tutti i dati che vengono dai biglietti si potrebbe sapere in tempo reale quanto affollati sono i mezzi e consigliare alla città come cambiare per ottimizzare il loro utilizzo».
Quando sarà realtà?
«Ne stiamo discutendo. Un progetto simile è in atto a Los Angeles per i parcheggi: permette di cambiare in modo dinamico i prezzi per incentivare gli automobilisti ad andare dove ci sono più posti, riducendo il tempo in cui le automobili girano alla ricerca di un parcheggio libero. Le nostre tecnologie sono usate anche negli ospedali, dove l’analisi delle cartelle cliniche dei pazienti serve a prevenire lo scoppio di infezioni nei reparti; e sono usate dalle banche per individuare chi è a rischio di non ripagare prestiti e mutui».
Il ceo di Xerox è una donna, Ursula Burns. Prima di lei Anne Mulcahy. L’attuale chief technology officer è Sophie Vandebroek. E lei è a capo di Grenoble. Coincidenze?
«È il risultato dei programmi di Xerox per la diversity, per avere team misti. Purtroppo è difficile trovare donne con un dottorato nelle nostre materie. Cerchiamo di reclutarne il più possibile, ma non con una logica da quote rosa: se non sono brave non le prendiamo. Per incoraggiare le donne a studiare e lavorare nell’high-tech bisogna cominciare dalle scuole, mostrando quanto sia appassionante una carriera in questo campo. Io cerco di farlo con l’organizzazione Women in science and technology».
Impensabile realizzare qualcosa di simile a Grenoble in Italia?
«Mi piacerebbe che fosse possibile. Invest in France mi chiede spesso di fare da testimonial per i suoi programmi e, come italiana, vorrei poter fare la stessa cosa per il mio Paese. Ma il problema è che l’Italia per essere competitiva dovrebbe offrire un clima più favorevole all’innovazione, investendo di più come nazione su ricerca & sviluppo e capitale umano».
Anche l’Italia però ha centri di eccellenza: collaborate con istituzioni italiane?
«Certo, per esempio con l’Università di Trento, la Domus Academy, la società di tecnologie semantiche Celi. Partecipiamo fra l’altro, insieme al Centro ricerche Fiat e ad Allianz Italia, al nuovo progetto Mobinet per costruire una piattaforma che permetta di muoversi liberamente in Europa integrando i sistemi di trasporto pubblici e privati».

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