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Whistleblower senza protezione

Protezione dei whistleblower debole. Le informazioni denunciate devono essere vitali, nuove e precedentemente sconosciute. La corte europea dei diritti nell’uomo (Cedu) nel caso Halet v. Lussemburgo ha deciso di confermare la condanna al manager che aveva rivelato alcune delle informazioni sui LuxLeaks, il primo scandalo fiscale che ha colpito il Lussemburgo nel 2014. Confermata quindi la sentenza nei confronti dell’ex manager di Pwc che era stato condannato dalla giustizia del Lussemburgo per aver violato il proprio dovere professionale. Nel 2014, Raphael Halet, un francese team manager di PwC, aveva inviato documenti confidenziali che hanno fatto parte del caso dei LuxLeaks. Ma secondo la corte di Strasburgo, la condanna non ha violato il diritto alla libertà di espressione (articolo 10 della convenzione europea dei diritti dell’uomo). Secondo la Cedu, l’interesse delle rivelazioni «pesava meno del danno subito da PwC» e ha giudicato che la corte lussemburghese aveva preso abbastanza cura nell’esaminare le questioni. «Il tribunale nazionale ha trovato un giusto equilibrio nel caso in questione tra la necessità di proteggere i diritti del datore di lavoro del ricorrente da un lato e la necessità di proteggere la libertà di espressione di Halet dall’altro», hanno dichiarato i giudici. La corte di Strasburgo ha confermato la posizione della corte d’appello del Lussemburgo, secondo cui non esisteva alcun motivo impellente per Halet di rivelare i documenti riservati in questione, in un momento in cui la pratica dei rulings fiscali truccati era già stata scoperta. La corte d’appello aveva precisato che i documenti divulgati da Halet erano stati certamente interessanti per il giornalista che li aveva ricevuti, ma non avevano fornito alcuna informazione essenziale, precedentemente sconosciuta, in grado di riaccendere o contribuire al dibattito sull’evasione fiscale. Halet stato multato per 1.000 euro dalla corte lussemburghese, e aveva dovuto pagare 1 euro al proprio ex datore di lavoro. «Questa potrebbe essere ragionevolmente considerata come una sanzione relativamente mite che non avrebbe un reale effetto sull’esercizio della libertà del ricorrente o di altri dipendenti», ha dichiarato la corte. La corte ha anche osservato che i giudici nazionali avevano preso in considerazione, come fattore attenuante, il «carattere disinteressato delle azioni» di Halet. Il whistleblower sosteneva che la condanna, arrivata per aver inviato sedici documenti della PwC a un giornalista, aveva un’interferenza sproporzionata con il suo diritto alla libertà di espressione. È stato licenziato da PwC dopo che il suo ruolo nella fuga di notizie è stato scoperto e dice di non essere stato in grado di trovare lavoro da allora. Nell’esaminare il caso, la corte ha considerato innanzitutto se Halet dovesse essere considerato un whistleblower ai fini della giurisprudenza della corte. Avendo constatato la sussistenza della fattispecie, ha esaminato i criteri stabiliti dalla giurisprudenza della corte.

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