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Se Westminster si ribella ha pronta la sua «terza via»

Messo agli atti l’accordo con Bruxelles, per Theresa May viene ora la parte più difficile: «vendere» il piano al Parlamento di Westminster, dove la maggioranza dei deputati lo trova assai indigesto.

La Camera dei Comuni sarà chiamata ad approvare l’accordo sulla Brexit, si prevede attorno al 10-12 dicembre: la folta fazione euroscettica dei conservatori, che può contare su una ottantina di deputati, considera però il compromesso raggiunto con la Ue alla stregua di un tradimento, che consegna la Gran Bretagna a una condizione di «Stato vassallo».

Ma non sono gli unici ad aver intenzione di votare contro. A loro si aggiungono gli unionisti nordirlandesi, che pure in teoria fanno parte della maggioranza di governo: ma loro temono che l’Irlanda del Nord venga di fatto staccata dal resto del Regno Unito. I laburisti, dal canto loro, non hanno nessuna voglia di correre in soccorso della premier: puntano invece a provocare una crisi di governo e andare alle elezioni anticipate, nella speranza non tanto segreta di vincerle e insediare Jeremy Corbyn a Downing Street.

Theresa May ha scelto allora di appellarsi direttamente al Paese, con l’obiettivo di coagulare un consenso popolare che costringa alla fine i deputati ad appoggiare la sua linea. Per questo ieri ha pubblicato sui maggiori quotidiani britannici una lettera aperta alla nazione, in cui spiega la bontà dell’accordo e promette che «farà campagna col cuore e con l’anima» per ottenere l’approvazione dell’accordo. Nelle prossime due settimane la premier andrà in giro per il Paese a spiegare le ragioni delle sue scelte: e batterà soprattutto sul tasto dell’immigrazione, sottolineando come lei sia riuscita a mettere fine alla libera circolazione delle persone.

La preoccupazione per l’immigrazione incontrollata era stata una delle principali ragioni del voto a favore della Brexit: e dunque la prossima settimana il governo pubblicherà un Libro Bianco in materia che conterrà una stretta sugli arrivi dall’Unione Europea. Una carota fatta balenare agli occhi dell’opinione pubblica e del Parlamento.

Nonostante questo, però, la probabilità che i deputati boccino l’accordo resta alta. Theresa May ripete che non ci sono alternative, che affossare il suo compromesso, raggiunto con tanta fatica, significa rischiare il no deal, ossia l’uscita catastrofica dalla Ue, oppure aprire le porte all’annullamento della Brexit.

Ma in realtà, dietro le quinte, si lavora a un Piano B. Ieri il Telegraph ha rivelato che membri del governo britannico e diplomatici europei stanno segretamente preparando uno scenario alternativo: che prevede una «terza via», ossia la cosiddetta «opzione norvegese». In base a questa ipotesi Londra lascerebbe le istituzioni della Ue, come previsto, ma rimarrebbe all’interno dello Spazio economico europeo, cioè dentro il mercato unico: la situazione nella quale si trova appunto la Norvegia.

A favore di questa soluzione ci sarebbero i ministri più filo-europei, capeggiati dal Cancelliere dello Scacchiere Philip Hammond, che vogliono evitare a ogni costo un no deal. E ieri, significativamente, anche la leader degli unionisti nordirlandesi, Arlene Foster, non ha escluso di poter dare il suo appoggio a un modello norvegese. Contemporaneamente, a Bruxelles stanno esplorando le vie per un’estensione della data-limite della Brexit, prevista il 29 marzo: in modo da dare spazio a un eventuale secondo referendum o a un esito «norvegese». La partita della Brexit non è ancora del tutto chiusa.

Luigi Ippolito

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