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Welfare, la contabilità segue il Ccnl o gli accordi aziendali

Si allarga lo spazio d’azione del welfare aziendale quale strumento diretto all’incremento del benessere dei dipendenti. Il datore di lavoro può decidere, in modo indipendente, la tipologia di prestazioni, ovvero predisporre un paniere di «benefit» tra cui scegliere. In molti casi, il piano di welfare è agganciato ad accordi sindacali sottoscritti con l’azienda che ne stabiliscono le regole di calcolo e di fruizione; in tal caso, l’applicazione del regime di favore è sottratto alla libera disposizione delle parti, essendo subordinato alla condizione che sia la contrattazione collettiva di secondo livello ad accordare al dipendente la facoltà di scegliere se ricevere i premi in denaro o in beni e servizi (circolare 28/E/2016).

Ciò premesso, contabilmente si dovrà stabilire «caso per caso» se i premi corrisposti al dipendente siano da rilevare tra i debiti oppure in appositi fondi, una volta esaminato il contenuto degli accordi sindacali e dei piani sottoscritti dall’azienda. A tal fine, si guarda, in primo luogo, alla voce B.9 del conto economico che riporta i costi sostenuti per il personale dipendente. Al riguardo, si osserva che: a) nella sotto-voce «B9a) Salari e stipendi» si comprendono anche le indennità e tutti gli altri elementi che compongono la retribuzione lorda «figurante» in busta paga (tra cui i premi aziendali); b) nella sotto-voce residuale «B9e) Altri costi» si iscrivono tutti gli altri costi relativi, direttamente o indirettamente, al personale dipendente, che non siano stati iscritti nelle precedenti sotto-voci o nelle voci B6, B7 o B8, o che non trovino più appropriata collocazione alla voce B14.

Pertanto, se la corresponsione del premio è stata prevista in via «automatica» dai contratti collettivi nazionali oppure da accordi aziendali i relativi importi vanno rilevati tra i costi del personale, ossia nelle sotto voci B9a), B.9.b) e B9e) del conto economico, a prescindere dal fatto che la quantificazione del premio sia stata determinata nell’esercizio successivo a quello in cui l’effettuazione della prestazione ha fatto sorgere il diritto al premio da parte del dipendente. Diversamente, se la corresponsione del premio non è stata prevista in via automatica dai contratti, ma viene deliberata dall’organo assembleare nell’esercizio successivo a quello di competenza, i relativi importi potrebbero essere accantonati in un apposito fondo. A tale riguardo, la norma codicistica specifica che: a) occorre tener conto dei rischi e delle perdite di competenza dell’esercizio, anche se conosciuti dopo la chiusura di tale esercizio; b) gli accantonamenti per rischi e oneri sono destinati solo a coprire debiti di natura determinata, di esistenza certa o probabile, dei quali alla chiusura dell’esercizio sono indeterminati o l’ammontare o la data della sopravvenienza.

Ciò detto, pare possibile, laddove alla chiusura dell’esercizio l’impresa sia (anche solo teoricamente) in possesso di tutti gli elementi per la quantificazione del premio, poter accantonare in un apposito fondo (da rilevare tra i costi del personale) i premi che la società intende corrispondere ai propri lavoratori il cui ammontare non è stato ancora determinato con certezza: la scrittura potrebbe essere «accantonamento per premi dipendenti» a «fondo premi per dipendenti». Successivamente, nell’esercizio in cui l’importo del premio viene determinato e deliberato, si procede allo storno del debito. In linea con tale orientamento la Fondazione dei commercialisti la quale nel documento del 24/4/2018 ha affermato che i premi dovrebbero rientrare tra gli accantonamenti «a fronte, ad esempio, dell’assenza (o comunque provvisorietà) dei criteri di determinazione e/o dati delle performance individuali ovvero laddove l’insorgere del diritto alla remunerazione da parte del dipendente sia condizionato al verificarsi di ulteriori eventi o adempimenti procedurali o, comunque, in presenza di ulteriori elementi di incertezza». Va, infine, sottolineato che il suddetto accantonamento è fiscalmente indeducibile (articolo 9 del dm 8/6/2011), anche per i soggetti che applicano il principio di derivazione rafforzata.

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