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Il welfare conquista anche le Pmi

Il welfare aziendale, semplificato e rilanciato dal Jobs act, sta conquistando spazi, anche nelle piccole e medie imprese. Dalla sanità integrativa (il 47% delle pmi ha realizzato almeno una iniziativa – nel 2016 si era fermi al 39%) alla conciliazione vita-lavoro (con orari flessibili e una estensione dei congedi di maternità e paternità) passando per i contributi al territorio e gli incentivi ad hoc su cultura e tempo libero, c’è una crescita “a doppia cifra” delle pmi “molto attive” nel legame salario accessorio-benessere dei dipendenti, salite al 18,3% del totale (contro il 9,8% dello scorso anno).
Certo, i numeri parlano ancora di una realtà che si sta sviluppando gradualmente (a fare la differenza sono maggiori informazioni su regole e benefici fiscali e l’alleanza tra imprese); anche la dimensione aziendale resta determinante nel tasso di iniziative di welfare messe in campo (sulla sanità integrativa, per esempio, si passa dal 23,7% delle realtà produttive con meno di 10 addetti fino al 72,4% in quelle dai 100 fino ai 250 dipendenti).
La strada è però tracciata: il 40% delle pmi è “attivo” in almeno quattro aree di welfare aziendale; il 58% in tre; e tra le iniziative si conferma «di fondamentale importanza» la previdenza integrativa: quattro imprese intervistate su 10 hanno infatti dichiarato di aver messo in campo misure per integrare le prestazioni del sistema pensionistico a favore del personale.
A richiamare l’attenzione sulle ricadute virtuose dello scambio salario-produttività è stato il rapporto 2017 «Welfare Index Pmi», promosso da Generali Italia, presentato ieri a Roma all’università Luiss, con la partecipazione del ministro, Giuliano Poletti, e di rappresentanti di Confindustria, Confagricoltura, Confartigianato e Confprofessioni.
Lo studio è stato condotto su un campione di 3.422 piccole e medie aziende (il 60% in più rispetto alle 2.140 dell’edizione 2016); ed ha monitorato la crescita del welfare aziendale nei principali settori produttivi: «Le imprese sono sempre più attente al benessere dei dipendenti – ha sottolineato Marco Sesana, country manager e ad di Generali Italia -. Con le confederazioni vogliamo diffondere questa cultura nel Paese, visti i vantaggi che ne derivano per aziende e lavoratori».
D’accordo il presidente della Piccola Industria di Confindustria, Alberto Baban: «L’innovazione, sempre più necessaria oggi nella manifattura, non è solo tecnologica, ma è anche sociale. Per questo è importante valorizzare formazione e capitale umano».
L’obiettivo è rispettare le esigenze di imprese, lavoratori e territori (senza burocratizzare il welfare aziendale con modelli predefiniti); e, se possibile, proseguire nella strada di incentivazione: una via, quest’ultima, su cui il ministro Poletti non chiude: «Abbiamo intenzione di continuare a sostenere lo sviluppo e la crescita del welfare aziendale», ha ribadito ieri il titolare del Lavoro.
Del resto le indicazioni sono chiare: il 50,7% delle pmi intervistate ha detto che le misure di welfare sono state adottate per migliorare la soddisfazione del personale e il clima aziendale; il 16% la fidelizzazione e la produttività del lavoro. E i risultati? Piuttosto incoraggianti considerato che il 71% delle imprese “molto attive” ha dichiarato di aver già ottenuto riscontri positivi (e di attendersi miglioramenti nel lungo periodo).

Claudio Tucci

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