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Welfare e ambiente, l’alleanza per sfidare le nuove povertà

Il welfare che non vive di risorse pubbliche riesce a intercettare i bisogni della Grande Trasformazione in atto? È questa la domanda-chiave da cui parte il nuovo Rapporto (il quarto) sul Secondo Welfare che l’omonima associazione presenterà oggi a Milano in collaborazione con il Centro Einaudi (www.secondowelfare.it) La risposta, pur senza trionfalismi, è ottimista. Secondo Franca Maino e Maurizio Ferrera che l’hanno curato, «la società italiana è in movimento più di quanto si pensi, sembra più capace di identificare i suoi bisogni e di auto-organizzarsi in forme virtuose».

Gli esempi da citare sono quelli delle nuove reti costruite a Milano contro la povertà infantile, la micro accoglienza realizzata in Val Susa, il progetto per l’educazione finanziaria, la riforma dei patronati degli artigiani.

Spiega Ferrera: «Il welfare pubblico è sottoposto ad alcune prove nuove che mostrano una imperfetta distribuzione tra diritti e bisogni». Ci sono eccessi di protezione come il pensionamento anticipato a spese dello Stato e sono invece meno tutelate aree come la povertà minorile, e rispetto a queste contraddizioni «pubbliche» il Secondo welfare offre concretezza. Risorse aggiuntive/complementari e il tentativo di affrontare forme inedite di vulnerabilità: dall’instabilità occupazionale alle spirali di impoverimento, dalla non autosufficienza alla debolezza di capitale umano. Si tratta di vulnerabilità che si intrecciano a percorsi di vita sempre più individualizzati e richiedono sostegni che il pubblico fatica a realizzare e, ancor prima, a progettare.

Gli attori del Secondo welfare sono vari. Si comincia dalla contrattazione sindacale che ha permesso l’estensione delle esperienze di welfare aziendale, si continua con i nuovi welfare provider che offrono piattaforme di servizi, si va avanti con il rafforzamento della filantropia e naturalmente si fa (molto) conto sul «rinnovato impegno» delle Fondazioni di origine bancaria.

Tutti questi soggetti, a giudizio di Maino e Ferrera, non hanno esaurito la loro spinta propulsiva, anzi hanno ampliato le aree di intervento, hanno migliorato il collegamento con le istituzioni pubbliche, hanno generato innovazione sociale e sono stati capaci anche di coinvolgere/responsabilizzare i beneficiari in un ruolo non più solo passivo.

Ma se questo è il bilancio delle esperienze — che Secondo welfare ha il merito di mettere in connessione tra loro — cosa riserva il futuro? Un ulteriore ampliamento del perimetro dell’azione dal basso, è la risposta che danno i curatori del Rapporto. Che parlano esplicitamente di intrecciare welfare e ambientalismo («un fronte non più eludibile») aiutando la tutela del «capitale naturale» che crea benessere economico, a cominciare dalle forme più innovative di agricoltura sociale. La seconda area di allargamento riguarda «un migliore accesso a informazione e sapere, il superamento del divario digitale, il contrasto all’analfabetismo funzionale». Un esempio? Il ruolo assunto da «molte biblioteche sparse per il Paese» che diventano spazi di aggregazione per le comunità, luoghi dove studiare, dove fare smartworking, laboratori di lotta alla marginalità sociale. Il Rapporto si chiude con un omaggio a Alexis de Tocqueville e alla sua riflessione sull’associazionismo, che non va incentivato tout court ma nella misura in cui si pone come obiettivi «il raggiungimento di beni collettivi e una logica di condivisione sociale». Il welfare, dunque, lungi dall’essere spazzato via dalla modernità tenta di accompagnarla e di declinarla in chiave inclusiva.

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