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Weidmann: «Rispettate gli impegni» La Bundesbank detta la linea tedesca

L’europeo del momento (e delle settimane entranti) ha pochi simpatizzanti in Germania. I politici greci hanno avuto accoglienze fredde, se non ostili, da quando la crisi ad Atene è scoppiata, nel 2010. Alexis Tsipras non troverà accoglienza migliore, nonostante il risultato elettorale di ieri, se arriverà a Berlino con il cappello di primo ministro. Angela Merkel lascerà che le trattative sul futuro della Grecia siano condotte da Bruxelles, con l’appoggio della Banca centrale europea (Bce) e del Fondo monetario internazionale (Fmi). Ma non farà alcuno sconto a Tsipras, come non lo ha fatto a nessuno dei leader di Atene finora. E, probabilmente, su questa linea troverà il consenso di gran parte delle capitali dell’eurozona. 
Non è solo questione di sondaggi d’opinione. Certo, con il 68% dei tedeschi che dice di essere contrario a una riduzione del debito alla Grecia e con il 61% che ritiene che Atene debba uscire dall’euro se non rispetta gli impegni presi, sarebbe difficile per la cancelliera tenere una posizione accomodante. E non è nemmeno solo la reazione immediata e netta, ieri, di Jens Weidmann, il presidente della Bundesbank: «Spero — ha detto — che il nuovo governo non metta in discussione ciò che ci si aspetta e ciò che è già stato ottenuto». È decisivo, ha aggiunto, «che le finanze pubbliche greche siano stabili nel lungo termine e, dal momento che questo non è il caso, un taglio del debito darebbe solo una breve pausa di respiro».
No, ancora più di questo pesa il fatto che nella visione tedesca dell’Unione monetaria non ci devono essere trasferimenti di denaro da un Paese all’altro: se invece il debito greco fosse ristrutturato, a differenza che in passato quando a subirne le perdite furono gli investitori privati, questa volta le conseguenze cadrebbero sui Paesi e sulle istituzioni internazionali che hanno finanziato i 240 miliardi dei salvataggi passati e sono finiti con il possedere circa l’80% del debito greco.
Si racconta a Berlino che, la primavera scorsa, il primo ministro greco Antonis Samaras disse alla signora Merkel che il suo Paese aveva bisogno di un «alleggerimento del debito». La cancelliera si fece tradurre per bene l’affermazione «alleggerimento del debito» e rispose che in tedesco suonava male. Samaras, un conservatore, le è politicamente vicino; Tsipras viene dalla sinistra radicale, lontano dalla sua visione dell’Europa: ben improbabile che con lui sia più disponibile.
I finali di partita, però, non sono mai scontati. La chiave di tutto saranno le trattative che il nuovo governo greco terrà con i creditori internazionali, in particolare con la troika (Ue, Bce, Fmi) che in questi anni ha imposto alla Grecia regole in cambio di quattrini e della quale Tsipras si vuole liberare. Certamente il vincitore delle elezioni di ieri vorrà rinegoziare i quasi 320 miliardi di debito. E sarà intenzionato a mettere «fine all’austerità», parola d’ordine centrale della campagna elettorale di Syriza. Si tratta di obiettivi che potrebbero, se finissero fuori controllo, spingere Atene sulla strada della «Grexit», l’uscita dall’euro. Queste, però, sono le posizioni di partenza.
Difficilmente Tsipras vorrà gettare via l’occasione di essere il primo ministro della ripresa della Grecia. Negli anni scorsi, la drammatica crisi ha fatto crollare il Pil del paese del 27%, salire la disoccupazione a oltre il 25% e ha decurtato salari e pensioni. Ora, però, la crescita economica sta tornando: l’Fmi prevede che quest’anno sarà superiore al 2,5%. La disoccupazione sta calando, seppur lentamente. E il bilancio pubblico ha un surplus primario (prima del pagamento degli interessi sul debito).
La traiettoria economica della Grecia potrebbe cioè essere positiva e Tsipras sarà tentato di cavalcarla. Dall’altra parte, il governo di Berlino fa circolare ipotesi di uscita di Atene dall’euro ma alla fine non ha interesse ad affrontare un’altra grave crisi dell’euro sui mercati finanziari. Sarà un passaggio teso e difficile. Ma la Grexit non è scontata .
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