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Web tax, imprese all’attacco “ Un balzello che paga l’Italia”

Doveva essere una compensazione a carico delle multinazionali hi- tech come Google e Facebook, che fanno ricchi affari in Italia ma dirottano i profitti in Paesi dalle aliquote più generose. Rischia di diventare un balzello sulla nostra già malconcia economia digitale. Pagato dalle aziende, straniere ma anche italiane, che qui vendono pubblicità o altri servizi web. O peggio, trasferito con un aumento dei prezzi a quelle, in questo caso tutte italiane, che li comprano.
Il giorno dopo l’approvazione della sua ultima versione, presentata alla Camera dal relatore della manovra Francesco Boccia ( Pd), la web tax all’italiana finisce in un fuoco incrociato di critiche. Dalle opposizioni che gridano al favore per le multinazionali, visto che rispetto all’ipotesi del Senato l’aliquota si dimezza dal 6 al 3%. A una larga parte della maggioranza, che in linea con il mondo imprenditoriale lancia l’allarme su possibili effetti distorsivi. « Un boomerang » , sintetizza Elio Catania, presidente di Confindustria digitale. « Così è solo una tassa indiretta in più, una specie di Iva nascosta che va a incidere su qualunque azienda digitale, ma in particolare quelle italiane più innovative».
Colpa di un metodo di lavoro « erratico » , dice Catania, un inseguirsi di stesure, riscritture, emendamenti. Una specie di corsa a intestarsi la stangata (per quanto sacrosanta) ai giganti del web. La versione del senatore Pd Massimo Mucchetti, il 6% sugli incassi derivati dalla vendita dei servizi digitali alle imprese, sarebbe andata a gravare solo sulle aziende straniere. Quelle italiane avrebbero convertito la somma in un credito di imposta, da scalare dalle tasse sugli utili di impresa. Un tentativo di incoraggiare le multinazionali hi-tech a fissare una stabile organizzazione in Italia ( sulla scia di quanto annunciato da Facebook), ma, proprio perché unilaterale, a forte rischio di infrazione comunitaria.
Da qui la versione Boccia: imposta al 3% sulle vendite alle aziende di servizi come pubblicità, analisi dei dati, cloud. Per tutti, italiani e stranieri, a patto che effettuino oltre 3 mila transazioni l’anno. «Un’azienda manifatturiera che ha abbracciato industria 4.0 e offre ai suoi clienti la manutenzione via web si ritroverebbe a pagare una tassa extra » , dice Catania. Chi fa manutenzione “tradizionale”, offline, no. Bella contraddizione, per un Paese in cronico ritardo digitale. Con l’ulteriore rischio, aggiunge l’onorevole Sergio Boccadutri, responsabile innovazione del Pd, che il costo del balzello, oltre che l’onere di raccoglierlo, sia scaricato sul cliente finale: « Un’impresa italiana che si fa sviluppare un sito o compra pubblicità online potrebbe pagare il 3% in più dei francesi».
« Il governo rimedi » , chiede ora Mucchetti, contestando pure i conti sul gettito, superiore anche se limitato a 190 milioni, della versione Boccia. Ma ora che il testo è passato in Commissione, i margini per modificarlo sono minimi. Specie se la manovra arriverà in Aula blindata dalla fiducia. « La logica originaria dell’intervento, di compensazione, si è persa », conferma Dario Stevanato, professore di Diritto tributario all’Università di Trieste. Anche se da qui al gennaio 2019, periodo di gestazione forse non a caso previsto dalla legge, è sempre possibile che questa web tax venga modificata. Oppure superata da un’iniziativa europea.
Già, l’esperimento tricolore doveva essere un rimedio all’eterna, finora infruttuosa, discussione su come tassare le multinazionali hi-tech portata avanti a Bruxelles o all’Ocse. All’inerzia che ha permesso ai colossi digitali di continuare a farsi gli affari propri. «Il risultato dimostra che non si può risolvere un problema internazionale a livello nazionale», dice Stevanato.

Filippo Santelli

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