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Web tax, Commissione Ue in pressing sui governi per partire l’anno prossimo

La Web tax può partire già nel 2018. La Commissione Ue mette all’angolo i governi del Vecchio Continente che si oppongono a far pagare le tasse ai giganti della Rete. Lo fa con un testo domandato dai ministri delle Finanze sabato scorso a Tallinn e destinato ad essere discusso dai capi di Stato e di governo europei che si ritroveranno venerdì prossimo sempre nella capitale estone. Bruxelles riconosce che la soluzione ideale per sottoporre al fisco anche le aziende digitali sarebbe a livello globale con misure Ocse, ma smonta la tesi delle capitali che si trincerano dietro a questo argomento per rinviare alle calende greche qualsiasi accordo sulla tassazione: lo fa sottolineando che in attesa dei difficili negoziati internazionali si può partire subito con soluzioni ponte, tassando profitti o transazioni e pubblicità online dei colossi – tra i quali Google, Amazon, Facebook, Apple, Airbnb e Booking – che oggi evitano di pagare decine di miliardi alle casse dei soci dell’Unione.
Le aziende digitali, a differenza dell’industria tradizionale, producono beni immateriali e spesso non hanno sedi significative in ogni Paese. A questo si aggiungono gli accordi fiscali, come quelli stipulati con l’Irlanda, grazie ai quali pagano imposte irrisorie in una sola nazione europea lasciando a bocca asciutta le altre, dove invece operano in modo massiccio. Bruxelles riconosce che la soluzione sarebbe a livello Ocse, che a inizio 2018 avanzerà le sue proposte al G20. Tuttavia i tempi per un accordo globale sono lunghi e i risultati incerti e per questo la Commissione indica che «se i progressi in campo internazionale saranno troppo lenti si può procedere a livello Ue».
Il sentiero principale per Bruxelles sarebbe estendere al digitale la futura direttiva Ccctb, la norma Ue che creerà una base imponibile comune per le aziende e ne armonizzerà le aliquote. Ma la discussione è bloccata da 11 anni per mano dei governi che fanno dumping fiscale e in pochi credono che andrà avanti. Grazie alla spinta politica di Francia, Germania, Italia e Spagna, autori di una lettera in cui chiedevano di accelerare sulla Web tax sottoscritta da altri sei paesi e informalmente appoggiata da ulteriori nove, la Commissione prende in considerazione misure alternative «immediate, supplementari e di breve termine». Tra questa la tassazione dei ricavi delle imprese digitali, anziché dei profitti, spesso troppo volatili, come suggerito nella lettera dei quattro. Soluzione contro la quale ieri si è schierata Businesseurope, l’associazione delle confindustrie Ue. Bruxelles pensa anche di cambiare la regola della residenza fisica permanente con una “residenza virtuale permanente” in ogni Paese in cui le aziende hanno una presenza digitale significativa, in modo da imporre loro le tasse come alle altre imprese. Tra le soluzioni rapide ci sono anche la ritenuta d’acconto sulle transazioni digitali e la tassa sulle pubblicità online.
La Commissione per ora vuole tenere uniti i governi, evitando che ognuno vada per la propria strada con un patchwork di soluzioni nazionali che, al di là del fallimento politico, potrebbero lasciare falle nel sistema. Ma se i veti nazionali bloccheranno tutto, un consistente gruppo di paesi potrebbe andare avanti con una cooperazione rafforzata. Ieri il vicepresidente della Commissione, Valdis Dombrovskis, si è spinto oltre ipotizzando l’abolizione dell’unanimità sul fisco, uno dei totem del diritto comunitario: «C’è un’ampia discussione se dobbiamo passare alla maggioranza anche sulla tassazione». C’è da scommettere dunque che il dibattito dei leader a Tallinn sarà acceso, con Bruxelles pronta a mettere sul tavolo già in primavera la soluzione ponte che nella capitale estone guadagnerà più consensi.

Alberto D’Argenio

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