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Web reputation, gli avvocati sono sempre più attenti alla rete

L’importanza di saper comunicare sul web è sotto gli occhi di tutti, e anche gli avvocati si sono convinti dell’opportunità di curare in modo organico e coerente la propria immagine e la propria reputation in rete. Tuttavia, resta ancora forte il divario non solo tra studi italiani e anglosassoni, ma tra i professionisti che operano nelle law firm più strutturate rispetto ai titolari di boutique.È quanto emerge dall’analisi dell’ultima edizione dell’Osservatorio Reputation Science/Affari Legali che anche quest’anno ha stilato la classifica degli avvocati dei più importanti studi legali in Italia sulla base della loro reputazione online e della loro identità digitale nell’ultimo anno. La metodologia applicata prevede l’analisi di ogni avvocato secondo alcuni parametri quali: l’immagine percepita (comprensiva di foto e video associati sui motori di ricerca), la presenza enciclopedica (Wikipedia), l’analisi del sentiment dei contenuti, la presenza sul web 2.0 (aggiornamento contenuti, attività sui social, commenti su blog e forum), nonché sui portali di informazione. Ciascuna delle voci è stata preventivamente pesata al fine di ottenere un voto complessivo omogeneo per tutti i profili considerati.

A livello generale, permane una sostanziale differenza tra gli avvocati degli studi italiani e quelli degli studi internazionali per quanto attiene l’identità digitale e la sua cura. I primi sono spesso caratterizzati per il fatto che il rispettivo studio porti il proprio nome, a differenza di quanto accade per gli studi internazionali. Inoltre, sono ancora contenuti i volumi delle conversazioni online sui professionisti del legal, rispetto a quanto avviene per i manager d’impresa.

Una differenza significativa tra avvocati di studi italiani e quelli di studi internazionali riguarda l’uso di LinkedIn, strumento ritenuto indispensabile per i professionisti degli studi internazionali, non solo come veicolo di informazioni e conoscenza, ma soprattutto per la creazione di un network di contatti, mentre sono ancora pochi i professionisti di studi italiani che lo utilizzano cogliendone a pieno le opportunità.

Passando al podio 2019, al primo posto si posiziona Stefano Simontacchi, con 7,2 su 10, con il 71% di sentiment positivo e il 29% neutro. Simontacchi è presidente di BonelliErede e, oltre a ricoprire il nuovo ruolo istituzionale, si occupa anche della strategia di sviluppo domestico e internazionale e della comunicazione istituzionale dello studio. In questi ultimi 12 mesi, ha gestito l’ingresso dell’ex ministro dell’interno Angelino Alfano come of counsel dello studio, l’avvio di nuove practice internazionali nel Nord Africa con l’apertura della law firm in Egitto e il primo anniversario della sede costituita a Dubai. È stata particolarmente apprezzata nelle conversazioni la scelta strategica di puntare su un continente dalle forti contraddizioni ma dalle immense potenzialità di crescita.

Al secondo posto si posiziona Francesco Gianni, uno dei fondatori di Gianni, Origoni, Grippo, Cappelli & Partners di cui è senior partner e responsabile del dipartimento corporate/M&a, con 6,5 punti. Il sentiment delle conversazioni è positivo per il 90% e neutro per il 10%. Spiccano nel giudizio gli incarichi complessi che ha assunto, tra i quali l’apertura di una nuova sede a Shanghai nel 2018, la consulenza al Comune di Venezia nella redazione del regolamento comunale sulla nuova tassa di accesso alla città, e di recente l’annuncio di uno dei più importanti lateral hire degli ultimi anni, con il passaggio di Antonio Segni e Andrea Mazziotti assieme ai rispettivi team per un totale di 15 avvocati dallo Studio Lombardi Segni & Associati.

Il podio si completa con Federico Sutti con 6,2 (in passato ai vertici della classifica), managing partner di Dentons in Italia, cui proprio nel 2018 ha aggiunto la nomina a membro del Board europeo dello studio. Ha seguito il lancio del German desk in Italia, con l’ingresso del nuovo partner Carsten Steinhauer nonché la progressiva crescita dello studio grazie alla selezione e all’ingresso di importanti professionisti. Il 70% delle conversazioni è positivo con il rimanente 30% neutro.

Nei gradini sotto il podio si posizionano altri professionisti di spicco quali Andrea Accornero, responsabile Italia di Simmons&Simmons, studio nel quale ha anche la responsabilità del Corporate & Commercial practice, con 5,5 punti. L’88% del sentiment delle conversazioni è positivo con il restante 12% neutro. Tra i motivi di questo positivo risultato, le celebrazioni dei 25 anni di attività dello studio, il forte impulso sui temi della diversity anche nella professione legale e l’allargamento della base di soci e partner di studio. Al 5° posto Luca Picone, country managing partner di Hogan Lovells con 5,3. Le conversazioni sono per l’85% positive e il restante 15% neutre. Il giudizio d’insieme è spinto, tra l’altro, dall’incremento del 13% nei ricavi di studio registrati nel 2018.

Infine, al 6° posto si colloca Guido Testa, office leader di Orrick in Italia, con 4,6. Il 100% delle conversazioni è positivo, anche se i volumi sono più bassi rispetto ai colleghi che lo precedono in classifica. Nell’ultimo anno è stato nominato alla guida delle due sedi di Orrick in Italia a Roma e Milano. «I risultati di questo monitoraggio sull’immagine e sulla reputazione online degli avvocati confermano che gli studi hanno necessità di pianificare la gestione della propria reputazione digitale come avviene nelle imprese e per i top manager che le guidano. I professionisti che lo hanno capito, e sono stati in grado di tradurre il tutto in una comunicazione pulita, mirata, costante e di qualità, acquisiscono un vantaggio competitivo davvero importante» spiega ad Affari Legali Andrea Barchiesi, ceo di Reputation Science (www.reputationscience.it), la prima società italiana in grado di gestire in modo scientifico e integrato la reputazione di aziende, manager e istituzioni.

Gli studi legali quindi sempre più come imprese? «Teoricamente dovrebbe essere così anche se sono ancora pochi i professionisti, e di conseguenza i loro studi, che posseggono le competenze e la mentalità necessarie per cavalcare l’onda della comunicazione online. Questo fenomeno si avverte con grande evidenza mettendo a confronto i professionisti italiani con i colleghi che operano in studi internazionali. È comunque un processo inarrestabile, e i risultati di questa indagine lo confermano. Rispetto al 2016 la percentuale di chi usa i social in modo corretto e coerente con quello che fa è in crescita. A un tasso però ancora ridotto, e su questo occorre investire», conclude Barchiesi.

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