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Web: Le aziende italiane? Sono ancora poco «social»

Cento aziende, sette ricerche, dieci vincitori «social». Anche se, dopo aver tanto scavato nei siti, nei blog e nei profili delle società italiane più rappresentative, la conclusione è che la strada per un utilizzo efficace del web a fini corporate sembra ancora piuttosto lunga. Da Twitter e Facebook, da Wikipedia a LinkedIn, senza dimenticare i canali di file sharing, come YouTube e Pinterest: nelle scorse settimane CorrierEconomia ha pubblicato a puntate il lavoro di Lundquist, società di consulenza specializzata, che tenta una prima mappatura della vocazione social dei grandi brand italiani.
Cifre
In questo disegno e in queste righe le conclusioni generali che mettono insieme i risultati di tutti gli studi. A cominciare dal «podio trasversale» delle migliori dieci società. Eccole: Barilla, Bnl, Edison, Enel, Eni, Fiat, Finmeccanica, Pirelli, Telecom Italia, Unicredit. L’ordine alfabetico è stato scelto per non indicare una classifica di merito particolare. I numeri però danno un’idea: solo il 10% del campione analizzato (le famose cento aziende) ha un articolo di buon livello su Wikipedia, l’enciclopedia del web. Su Twitter i profili aziendali non arrivano al 30% mentre su Facebook ci si ferma al 23% e solo il 22% segnala la propria partecipazione ai social network con un’apposita icona sul sito.
Numeri un po’ più nutriti per YouTube: solo il 34% non ha un canale sul sito di video più frequentato del mondo e tra i 66 censiti poco meno della metà offrono contenuti corporate. Se poi si passa all’analisi dell’attività dei timonieri aziendali (513 manager delle cento società analizzate) solo il 5% è attivo su Twitter, mentre LinkedIn (il social «lavorativo» per definizione) è piuttosto diffuso (47%) anche se non sempre i profili risultano aggiornati.
«La maggior parte delle aziende utilizza i social media come un ulteriore canale di distribuzione — spiega lo studio conclusivo di Lundquist —. Invece il vero valore aggiunto dell’essere sulle piattaforme 2.0 è quello di creare un dialogo con il proprio pubblico e questo significa offrire alle persone una ragione per essere coinvolte e per partecipare alla discussione».
Meccanismi
Può funzionare in tutti i campi, compresa la politica come hanno ampiamente dimostrato le elezioni italiane con l’affermazione del Movimento Cinque Stelle, nutrito e cresciuto a diete di social network e blog. «Non è sufficiente creare una vetrina — dice ancora la ricerca — è necessaria una strategia chiara e un linguaggio da condividere». Ecco perché — secondo Lundquist — l’errore più grave che si possa fare in campo social da parte delle aziende e dei manager è quello di aprire account a casaccio, senza inserirli in un piano di comunicazione e senza destinare la giusta dose di risorse. La Spoon River di profili abbandonati o falsi incontrati durante la ricerca è lì a testimoniare che non si ha ancora la percezione esatta di quanto il «disordine» social non aiuti a costruire una buona reputazione sul web. Se la cravatta e il tailleur sono ancora utili per essere ammessi in certi ambienti, anche la super democratica Rete ha i suoi dress code. Azienda avvisata….

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