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«Web, in gioco la democrazia. Nuove regole per i contenuti»

«C’è una crisi globale della democrazia, anche nell’Ue. La democrazia ha bisogno di sostegno, non va data per scontata». La vicepresidente della Commissione Ue Vera Jourová ieri ha presentato lo European democracy action plan che si rivolge in modo particolare al mondo digitale e alle piattaforme web. Obiettivo aumentare la credibilità e affidabilità delle piattaforme, contrastare la crescita dell’estremismo online, introdurre nuove norme per le elezioni che tengano conto del web, contrastare le interferenze dei Paesi terzi, rafforzare la libertà dei media, combattere la disinformazione e regolare la pubblicità politica. Le piattaforme web «troppo potenti» mettono a rischio i media tradizionali che si devono «adattare alla trasformazione digitale», ha spiegato in un’intervista ad alcuni media europei tra cui il Corriere. Per aiutarli secondo Jourová «bisogna spingere gli Stati membri a usare i soldi del Recovery fund».

La Commissione Ue come potrà convincere gli Stati membri ad adottare le misure che proponete?

«La strategia copre campi in cui le competenze sono condivise, riguarda territori sconosciuti, nuove minacce. Il prossimo anno proporremo diverse iniziative, raccomanderemo agli Stati membri di fare qualcosa ma non procederemo con una legislazione diretta ad esempio sulla pubblicità politica, ci focalizziamo sul nostro livello di competenze. Possiamo invece legiferare sulle questioni crossborder».

Ha senso introdurre nuove regole adesso? C’è chi sostiene che la Commissione non abbia fatto abbastanza in passato per affrontare i casi di Polonia e Ungheria.

«La Commissione può giocare solo le carte che ha in mano. Può intervenire quando non vengono rispettate le regole Ue. È sua competenza esclusiva in questo caso lanciare una procedura di infrazione. Però non tutte le questioni legate allo Stato di diritto possono essere risolte attraverso la procedura d’infrazione. Ora c’è il nuovo Rapporto annuale sullo Stato di diritto che permette di individuare le debolezze dei sistemi e iniziare il dialogo con i Paesi. È c’è il nuovo meccanismo finanziario. Dobbiamo arricchire la nostra cassetta degli attrezzi per affrontare dei problemi che non erano stati previsti al momento della definizione dei Trattati».

Discutere-mo la possibilità di inserire regole sulla pubblicità politica

È stato un errore strategico includere nello stesso pacchetto il bilancio Ue, il Recovery fund e la condizionalità sullo Stato di diritto?

«Il Consiglio ha deciso di includere la condizionalità dello Stato di diritto nel cosiddetto “nego box”. Secondo me è stato il riflesso del clima politico e dell’introduzione del Recovery fund. C’era poca scelta per fare altrimenti. Polonia e Ungheria si sarebbero comportate nello stesso modo anche se il Concilio avesse tenuto separate le cose».

Dopo lo scandalo dei dati Facebook-Cambridge Analytica, in che modo contate di regolare la trasparenza dei contenuti politici sponsorizzati?

«Il primo passo è stato introdurre la direttiva Gdpr, ma abbiamo visto che non basta. Stiamo discutendo con gli esperti sul microtargeting, vogliamo introdurre trasparenza perché le persone capiscano che sono parte del gioco e guarderemo con attenzione ai periodi più sensibili come prima delle elezioni: le ultime settimane o gli ultimi giorni sono decisivi nelle scelte e per chi vuole influenzarle. Serve più trasparenza e responsabilità da parte delle piattaforme».

Vogliamo introdurre trasparenza, tutti capi-scano che sono parte in gioco

Come spingerete le piattaforme digitali a rispettare le regole? E le Big Tech Usa?

«Bisogna usare una combinazione intelligente tra regolamenti e auto-regolazione. È quello che farà la Commissione la prossima settimana con il Digital services Act e il Digital markets act, ma ci vorrà un po’ di tempo perché siano adottati dai colegislatori, e nel frattempo continueremo con la definizione del quadro normativo come nel caso della disinformazione. Le regole saranno applicate a tutti. Per un certo periodo si è pensato che le Big Tech della California avrebbero portato la legge californiana da noi ma non è stato così».

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