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Web e copyright, ultimo sì. Ora la palla passa agli Stati

Nonostante l’annunciato voto contrario dell’Italia – in buona compagnia di Svezia, Finlandia, Polonia, Olanda e Lussemburgo – la direttiva europea sul copyright ha ottenuto ieri il secondo e definitivo via libera. Il Consiglio Ue ha infatti approvato come punto A, cioè senza discussione, la proposta legislativa già votata il mese scorso dal Parlamento di Strasburgo, lanciando definitivamente la palla ai 27 (o 28) Stati membri per il recepimento. Sul quale l’ordine è sparso prima ancora dell’avvio: mentre la Francia potrebbe arrivare alla meta già prima dell’estate, da questo lato delle Alpi il clima appare molto più turbolento, come ha confermato ieri mattina il sottosegretario con delega all’editoria, Vito Crimi, durante un convegno sulla stampa/radio/tv locale lombarda. Crimi ha preso le distanze dalla scelta europea – pur ammettendo un problema serio di abuso di copyright sulla rete – rimarcando il rischio che a pagare (cioè a restare fuori dal nuovo mondo copyright-compliant) saranno proprio i piccoli giornali senza forza contrattuale nei confronti degli over the top.

A parlare degli (enormi) squilibri di rete, però, sono i numeri. Una ricerca presentata ieri pomeriggio all’Università statale di Milano – incontro promosso da Aippi – rimarca che i parametri di pagamento della musica in streaming sono molto diversi: mentre Apple Music e Spotify (che utilizzano licenze) riconoscono rispettivamente 12 dollari e 7,5 dollari ai titolari ogni 1.000 stream, YouTube, che ha un numero infinitamente superiore di utenti unici e di accessi, paga 1,5 dollari.

Per tornare al voto europeo di ieri, Slovenia, Estonia e Belgio si sono astenuti, mentre la Germania ha fatto mettere a verbale un suo protocollo in cui invita la Commissione, responsabile dell’attuazione, ad evitare filtri all’upload e censura.

Tra le novità più importanti della riforma viene data la possibilità (non l’obbligo) agli editori di stampa di negoziare accordi con le piattaforme per farsi pagare l’utilizzo dei loro contenuti. Gli introiti dovranno essere condivisi con i giornalisti. Viene riconosciuto il diritto a colmare il divario tra i ricavi che le grandi piattaforme commerciali fanno diffondendo contenuti protetti da copyright e la remunerazione offerta a musicisti, artisti o detentori dei diritti.

Gli utenti non rischiano più sanzioni per aver caricato online materiale protetto da copyright non autorizzato, ma la responsabilità sarà delle grandi piattaforme come YouTube o Facebook. Non ci sono filtri ex-ante ma l’obbligo per le piattaforme di fare il “massimo sforzo” per non rendere disponibili i contenuti per cui non hanno i diritti. Obbligatori anche meccanismi rapidi di reclamo, gestiti da persone e non da algoritmi, per presentare ricorso contro un’ingiusta eliminazione di un contenuto.

«Ora che la riforma del copyright è stata adottata da tutte le istituzioni europee, facciamo appello agli Stati membri perché la attuino rapidamente», perché «non c’è tempo da perdere», ha detto il presidente dell’Enpa (European newspaper publishers’ association) Carlo Perrone. «Abbiamo bisogno urgente che il diritto migliori la posizione negoziale degli editori di stampa nel mondo digitale e li protegga dall’uso commerciale non autorizzato delle loro pubblicazioni», ha sottolineato il numero uno dell’associazione degli editori di stampa europei.

Il plauso all’approvazione definitiva della legislazione europea è arrivato anche dalle altre associazioni europee di editori Emma, Nme ed Epc, mentre Fabio Del Giudice, direttore di Confindustria Cultura Italia argomenta che «con il voto del Consiglio europeo si è chiuso un percorso storico per la cultura, per l’Europa e per la democrazia»; dichiarazione a cui fa eco Ricardo Franco Levi, presidente dell’Associazione italiana editori, secondo cui «questo voto sancisce un nuovo inizio e una nuova tutela per il mondo della cultura europea. Resta il rammarico per il voto contrario dell’Italia».

Alessandro Galimberti

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