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Washington, la critica di Draghi «Sui cambi rispettino gli accordi»

Mario Draghi ha accusato ieri l’Amministrazione americana — senza citarla ma in modo chiaro — di giocare scorrettamente sul mercato dei cambi. Alcune volatilità nei rapporti tra le valute dei giorni scorsi, in particolare il rafforzamento dell’euro sul dollaro, sono state in parte provocate — ha detto — «dall’uso di un linguaggio che non riflette i termini di riferimento che abbiamo concordato». Si riferiva a una dichiarazione di Steven Mnuchin, il segretario al Tesoro americano, che mercoledì scorso aveva detto, durante il summit di Davos, che il dollaro debole è una buona cosa in quanto aiuta l’export americano. In conseguenza di quella dichiarazione, il biglietto verde si era deprezzato sui mercati internazionali.

Il presidente della Banca centrale euro pea — che parlava nella conferenza stampa seguita alla riunione del Consiglio dei Governatori — ha sottolineato in due circostanze che i «termini di riferimento» sono vecchi di anni e finora rispettati da tutti i Paesi. In sostanza si tratta dell’accordo tra autorità finanziarie e monetarie di non cercare di indebolire una valuta allo scopo di aiutare le esportazioni del proprio Paese. Questo accordo è stato ribadito l’ultima volta lo scorso 14 ottobre nel comunicato emesso a Washington dall’International Monetary and Financial Committee nell’ambito delle riunioni del Fondo monetario internazionale: «Ci asterremo dalle svalutazioni competitive e non interverremo sui nostri tassi di cambio per scopi competitivi» è scritto nel documento firmato dai ministri finanziari, compreso Mnuchin, alla presenza dei governatori delle maggiori banche centrali. Ora, secondo Draghi, questo patto è stato violato, almeno momentaneamente, dalle parole del ministro americano.

Il fatto che la maggiore potenza economica e monetaria del mondo spinga al ribasso la propria moneta potrebbe diventare un elemento di forte instabilità globale: il dollaro è la valuta di riferimento internazionale e i suoi movimenti hanno grandi conseguenze. Inoltre, se altri Paesi dovessero prendere la strada per ora solo accennata da Washington, una gara al ribasso valutario avrebbe conseguenze gravi nell’economia e nella politica. Fatto sta che anche ieri l’euro si è rafforzato sul dollaro – sopra quota 1,25 per poi scendere leggermente al di sotto con un guadagno dello 0,7% rispetto al giorno prima – quando Draghi ha detto che (Mnuchin a parte) la forza dell’economia europea spiega la forza della valuta e alimenta aspettative di un’inflazione più vivace. Il rafforzamento è avvenuto nonostante che il Consiglio dei Governatori abbia confermato la politica monetaria espansiva della Bce, il che in teoria non dovrebbe favorire il rafforzamento della moneta unica.

Il presidente della Bce ha sostenuto che la volatilità sul mercato dei cambi andrà «monitorata», in quanto potrebbe influire sull’andamento dell’inflazione: un euro più forte avrebbe l’effetto di rallentare gli aumenti dei prezzi che la Bce sta cercando di portare verso l’obiettivo di quasi il 2%. Draghi ha detto che da un lato nei prossimi mesi potrebbero esserci sorprese positive per quel che riguarda la crescita dell’Eurozona, dall’altra ci sono rischi «riferiti innanzitutto a fattori internazionali, inclusi sviluppi sui mercati dei cambi».

Oltre a riaffermare la decisione del Consiglio dei Governatori di non cambiare alcuna scelta di politica monetaria e nemmeno di modificare il linguaggio con cui è comunicata, Draghi ha confermato che tra i capi delle banche centrali dell’area euro ci sono differenze di opinioni. Ma di minore profondità che in altri momenti, ha assicurato .

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