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Wall Street vola al record storico

Tutto confermato, tutto da rifare. La Federal Reserve lascia a 85 miliardi di dollari mensili il budget previsto per il riacquisto di asset statunitensi e prende in contropiede gli analisti, che si attendevano invece una sforbiciata (il cosiddetto «tapering») di almeno 10 miliardi. Gli operatori tirano un sospiro di sollievo da un lato (il flusso di liquidità a sostegno dei mercati resta invariato) e si segnano dall’altro sul calendario la data del successivo meeting della Banca centrale Usa, previsto a fine ottobre.
I primati di S&P e Dow Jones
C’è da giurare che da qui ai prossimi 40 giorni si ripeterà il tira e molla sul «quantitative easing 3» a ogni dichiarazione dei banchieri di Washington e a ogni diffusione di dati macroeconomici Usa (in particolare quelli sulla disoccupazione). Intanto però i mercati «brindano» allo scampato pericolo: Wall Street accelera (gli indici S&P 500 e Dow Jones raggiungono i rispettivi nuovi record storici); salgono i titoli di Stato Usa (e il rendimento del T-Bond decennale scende al 2,68%, minimi da metà agosto); si rafforza l’euro che tocca i massimi da febbraio superando quota 1,35 dollari.
Gli emergenti rialzano la testa
Sempre sul mercato valutario riprendono vigore le divise dei Paesi emergenti – rupia indiana, peso messicano e rand sudafricano fra tutte – fortemente penalizzate da alcuni mesi a questa parte da chi aveva anticipato una riduzione delle misure straordinarie di sostegno da parte di Ben Bernanke e soci. Risale anche l’oro (+4% a 1.360 dollari l’oncia), semplicemente perché si pensa che il mancato «tapering» della Fed possa dare una spinta all’inflazione, e avanzano un po’ tutte le materie prime (dal petrolio a quelle industriali), se non altro di riflesso al passo indietro del biglietto verde.
Euforia da «droga» monetaria
La prospettiva di una dose invariata di «droga» monetaria almeno fino a tutto ottobre (mentre già si pensava di dover iniziare a tirare la cinghia dopo quasi 5 anni di iniezioni di liquidità) autorizza questa sorta di euforia improvvisa fra gli operatori e per il momento spedisce in secondo piano le notizie non proprio positive che la Fed ha contestualmente dato sull’economia reale Usa, visto che sono state riviste al ribasso le stime sulla crescita tanto per quest’anno (2-2,3%), quanto per il prossimo (2,9-3,1%).
La lunga attesa europea
Nel gioco delle attese, le Borse europee (che avevano chiuso quando ancora i banchieri Fed erano riuniti per prendere la decisione) avevano mostrato un cauto ottimismo: a Milano il Ftse Mib aveva terminato in progresso dello 0,3% con Buzzi (+5,7%) in evidenza grazie a un report favorevole di Goldman Sachs e Mediaset (-3,1%) in retromarcia in attesa della pronuncia della Giunta per le immunità in merito alla decadenza di Silvio Berlusconi da senatore. Leggermente meglio avevano fatto Madrid (+0,78%), Parigi (+0,6%) e Francoforte (+0,45%), che il giorno precedente, del resto, si erano mostrate più prudenti.
Match pari fra Roma e Madrid
Sul fronte del reddito fisso era invece proseguito il duello Italia-Spagna, appaiate sui decennali (4,40%) secondo i terminali Bloomberg che utilizzano ancora il BTp maggio 2023 come benchmark e distanziate di 12 punti base (a favore di Madrid) secondo Reuters, che invece prende già come metro di paragone il titolo italiano con scadenza marzo 2024. La vera notizia, sotto questo aspetto, era stata il ritorno del tasso del Bund decennale tedesco al 2%, nel giorno in cui Berlino ha collocato sul mercato (con rendimenti allo 0,22% contro lo 0,23% di un mese fa) 4,22 miliardi di euro di Schatz 2 anni. Un progresso che, fra l’altro, ha contribuito alla riduzione dello spread fra BTp e Bund ai minimi da un mese a questa parte fino a 240 punti base (255 punti se si utilizza il «benchmark» più penalizzante per l’Italia).
Ora si torna in un certo senso al punto di partenza, con i mercati concentrati (in attesa dell’inevitabile ritorno delle «scommesse» sulla Fed) sull’esito delle imminenti elezioni tedesche: ma con la mossa a sorpresa di Bernanke, il risultato delle urne (con l’eventuale riconferma di Angela Merkel alla guida del Paese) potrebbe non essere proprio quel «market mover» che fino a qualche giorno fa si pensava.

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