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Wall Street vincono i Tori

Ripresa economica anemica. Grande incertezza politica. Per non parlare della furia della natura che con l’uragano Sandy ha costretto Wall Street a stare chiusa per due giorni. Il 2012 è stato un anno difficile per la Borsa americana, eppure si sta chiudendo con una buona performance. Venerdì scorso i principali indici azionari erano tutti positivi rispetto a fine 2011: +15% il Nasdaq, dove pesano di più i titoli tecnologici; +13% l’S&P500 e +8,5% il Dow Jones.
Il 2013 comincia meglio: in qualche modo è finita la confusa trattativa sul fiscal cliff (precipizio fiscale), cioè sulla scadenza degli sconti di Bush sulle tasse individuali e sul contenimento del debito pubblico, e gli investitori possono fare i conti circa l’impatto delle nuove misure sui profitti delle aziende quotate.
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L’ultima fotografia sullo stato di salute dell’economia Usa la mostra un po’ meglio del temuto: è cresciuta a un tasso annuo del 3,1% nel terzo trimestre, il mercato immobiliare continua a riprendersi e l’indice della Fed di Filadelfia sulle previsioni degli imprenditori per nuovi ordini è risalito. Così analisti e gestori americani tendono a vedere rosa per l’anno nuovo: la media di quelli che si sono espressi negli ultimi giorni punta a un ulteriore rialzo del 10% dell’indice S&P500.
Uno di questi è Savita Subramanian, capo della Strategia azionaria e quantitativa Usa di Bofa-Merrill Lynch, che spiega: «Molte delle situazioni che nel 2012 hanno causato incertezza sul mercato — il fiscal cliff negli Usa, la crisi dell’euro e il rallentamento della crescita in Cina — dovrebbero migliorare. Ci aspettiamo entro metà 2013 un aumento dell’attività economica, da cui deriva la crescita dei profitti. Questo, insieme a un modesto aumento del rapporto prezzo/utili delle azioni dovrebbe portare l’indice S&P500 a quota 1.600 entro fine anno».
Favorevoli e contrari
Fra le società con maggiori potenzialità di guadagno spiccano secondo Bofa-Ml quelle tecnologiche, che per la prima volta in 20 anni sono sottovalutate rispetto alla media di Borsa: particolarmente interessanti sono quelle che distribuiscono dividendi. Poco care e poco popolari sono anche le multinazionali, scese al livello più scontato dell’ultimo decennio rispetto alle loro controparti domestiche: beneficeranno della crescita globale. E i settori dell’energia e dell’industria, ciclici come l’high-tech, dovrebbero far meglio della media.
Le attuali valutazioni di Wall Street sono davvero convenienti, conferma Sam Stovall, stratega azionario di S&P Capital IQ: «Il consenso degli analisti prevede 108,56 dollari di utili per azioni per l’indice S&P500 nei prossimi 12 mesi, l’equivalente di un rapporto prezzo/utili futuri di 13: molto al di sotto della media di 16 calcolata dal maggio 1998 a oggi. Nel maggio 1998 (quando S&P ha iniziato a raccogliere questi dati) il p/e era 53,5, il massimo di questi anni, mentre il minimo è stato 9,8 nell’ottobre 2008, nel pieno della crisi. Per tornare almeno alla media storica, l’indice S&P500 dovrebbe risalire a quota 1.740, circa il 20% più dei livelli attuali. Anche se si tiene conto dei profitti già realizzati, l’S&P500 appare sottovalutato del 20%».
A favore della Borsa gioca poi la bassa inflazione, ferma sotto il 2% negli Usa. «Se si analizza il comportamento di Wall Street nei vari cicli di variazione dei prezzi al consumo, si vede che quando l’inflazione oscilla fra l’1,5 e il 2,6% come adesso l’S&P500 risale in media del 10% nei successivi 12 mesi», aggiunge Stovall.
Ancora più ottimista è Craig Johnson, stratega tecnico del mercato per Piper Jaffray: «Pensiamo che l’S&P500 raggiungerà 1.700 punti entro 12 mesi. Tutta la Borsa ha solide prospettive, ma andranno bene in particolare i settori più sensibili ai cicli economici, come il manifatturiero: ci piacciono le case automobilistiche e soprattutto Ford. Crediamo anche nella ripresa di aziende hi-tech come i produttori di smartphone Nokia e Rim (BlackBerry) e nei materiali come l’alluminio, il cemento e il legname».
Un invito alla cautela viene invece da Jason Trennert, partner di Strategas research, che teme una recessione nella prima metà del 2013, indotta dalla politica del governo e crede che il mercato non abbia ancora scontato del tutto il calo dei profitti aziendali: «C’è la tentazione di pensare che gli investitori possano guardare oltre e anticipare una forte ripresa nella seconda metà dell’anno trascinata dal mercato immobiliare. Se così fosse, la caduta delle quotazioni sarebbe evitata da un aumento del rapporto prezzi/utili che controbilancerebbe il prevedibile calo dei profitti nei prossimi mesi. Tuttavia temiamo che ci vorrà del tempo prima che il mercato punti sulla crescita. Nel frattempo, è bene restare difensivi: preferire i settori della salute, dei beni di largo consumo e dei servizi come l’elettricità e il gas, che offrono buoni rendimenti in un clima di tassi ai minimi».
Anche chi è scettico sulla ripresa economica Usa pensa che Wall Street darà comunque più soddisfazioni rispetto alle altre Borse mondiali. Jeremy Grantham, cofondatore della società di gestione Gmo, crede che «il nuovo normale» della crescita americana sarà al massimo l’1,4% l’anno nel prossimo futuro — invece della media storica del 2% —, a causa fra l’altro dei rincari delle materie prime. Eppure i rendimenti reali (al netto dell’inflazione) secondo lui saranno del 5% l’anno nei prossimi sette-dieci anni per chi sceglie le azioni di grandi aziende solide, oggi sottovalutate.

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