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Wall Street vince con i fondamentali

L’idea che presto il quantitative easing americano e la valanga di liquidità messa sul mercato dalle banche centrali possano terminare prima del previsto ha messo in allarme i gestori, che nei prossimi mesi dovranno fare sempre più i conti con l’andamento reale dell’economia piuttosto che con il cash facile.
Ben Bernanke, il governatore della Fed, «sa di dover affrontare il problema – sottolinea Richard Woolnough, gestore obbligazionario di M&G –, perché la depressione in Usa oggi è decisamente improbabile: il sistema finanziario sta funzionando, il mercato immobiliare è di nuovo in fase di ripresa e la disoccupazione è in calo. Il problema è come uscire dalla finanza non convenzionale minimizzando i rischi di mercato. I futures scontano il primo rialzo dei tassi Fed a inizio 2016, ma una crescita più veloce delle attese e in grado di riassorbire disoccupazione potrebbe spingere la Fed a muoversi prima».
A fine 2013, secondo gli operatori più ottimisti, le Borse – tonificate da una maggior crescita e dall’inflazione sotto controllo – potranno toccare nuovi massimi, mentre i bond rischiano di perdere attrattività. Però, secondo i pessimisti, il rischio è che l’economia globale non abbia ancora la forza per camminare da sola e che quindi si vada verso una nuova fase recessiva.
Vedremo chi ha ragione. Intanto, però, si può ragionare sulla situazione macro delle aree globali per capire dove ci può essere più sviluppo di valore. Gli Stati Uniti stanno certamente meglio dell’Europa.
Una recente analisi di PrimeView sottolinea come, dopo l’indebolimento che si è verificato fra il 2000 e il 2008, quando la principale economia mondiale ha drammaticamente perso quota nelle esportazioni mondiali (dal 13% del 1998 a meno dell’8% del 2008) con gli inevitabili riflessi sull’industria manifatturiera e sull’occupazione, le autorità statunitensi hanno messo in atto una politica massiccia di sostegno alla domanda – favorendo l’indebitamento con bassi tassi – che ha portato i profitti ai massimi storici.
In particolare, dopo la crisi del 2008 (caduta verticale delle spese delle famiglie e distruzione di posti di lavoro), l’America si è data l’obiettivo di reflazionare i privati e fare riguadagnare competitività all’export, sostenendo le Pmi e facendo correre la spesa pubblica. Questo, unito alla politica di tassi zero e di riacquisto d’attivi da parte della Fed, ha creato un effetto ricchezza positivo.
«Le ripercussioni positive adesso si vedono – sottolinea la ricerca di PrimeView –, perché gli Stati Uniti hanno ripreso la loro marcia in avanti (rimbalzo della produzione industriale, ridimensionamento della disoccupazione e mantenimento dei consumi delle famiglie), mentre l’Europa è alle prese con la recessione».
Con queste premesse è evidente che, a differenza degli ultimi trimestri, le migliori occasioni di investimento – ragionando sui mercati azionari occidentali – nel prossimo futuro si trovveranno negli Stati Uniti piuttosto che nel Vecchio continente. Certamente, come sottolinea Francesco Caruso, analista tecnico indipendente e animatore del sito www.cicliemercati.it, «l’indice S&P 500 è ai suoi massimi storici e ci troviamo in un terreno sconosciuto». Cosa può accadere? «In base a tutti i miei indicatori – risponde Caruso – le proiezioni di range puntano a una correzione-consolidamento per riassorbire gli eccessi. I recenti top (1.680-1.690 per l’S&P 500 e 15.500-15.600 per il Dow Jones) saranno difficilmente superabili nel breve-medio periodo. Il target massimo è previsto in area 1.750-1.790 per l’S&P 500 entro l’anno, ma questo obiettivo rappresenterebbe davvero uno “scenario perfetto”».
Lo spartiacque verso il basso del macrotrend del mercato Usa «resta tuttavia lontano – aggiunge Caruso – ed è rappresentato dai supporti pari ai livelli di 1.540 dell’S&P 500, 14.500 del Dow Jones e 3.160 del Nasdaq».
In linea più generale, continua il gestore, «lo scenario economico globale, per quanto sempre in modo disomogeneo e rallentato dalla peggiore crisi del secondo dopoguerra, si sta lentamente riprendendo, anche se è presto per parlare di ripresa globale». I segnali di miglioramento sono instabili e, una volta finiti i quantitative easing e le altre misure di stimolo, nessuno sa bene cosa potrebbe accadere, una bolla finanziaria piusttosto che una forte impennata di inflazione e tassi.
«Oggi – osserva ancora Caruso – non credo vi sia una bolla sui mercati azionari, nemmeno su quelli ai massimi storici come gli Usa. Tuttavia i prossimi mesi potrebbero vedere un’accelerazione degli eventi e quindi un progressivo aumento di volatilità su tutti i mercati». Quindi «la bolla che non c’è adesso potrebbe crearsi con un notevole rialzo dei corsi azionari nei prossimi mesi, fino a culminare in un top fra la fine del 2013 e la prima metà del 2014».

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