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Wall Street un po’ spensierata. Nessuno teme il grande debito

«Se la Fed avesse fatto bene il suo lavoro, il Dow Jones sarebbe cresciuto di altri 5.000 – 10.000 punti e il Pil sarebbe ben sopra il 4% invece dell’attuale 3%», ha tuonato un furente Donald Trump, accusando la banca centrale d’aver «assassinato» economia e borsa con il quantitative tightening, ossia la liquidazione dei titoli acquistati durante i quantitative easing. Forse dimentica il presidente americano che proprio sette anni fa, nel corso del terzo Qe della Fed, e con un pil che cresceva tra il 3 e il 4%, aveva inveito contro la banca centrale, rea d’aver creato troppa «liquidità artificiale» che, come si sa, è foriera di bolle speculative. Se fosse vero quanto Trump dice adesso, l’indice S&P sarebbe più alto del 19% o 38%, esprimendo un p/e (prezzo su utili) di 21 o di 24, come s’era visto solo ai tempi della sciagurata bolla internet del 2000.

Il significato

E’ chiaro che le esternazioni del presidente sono puramente strumentali, adesso, come nel 2012. Ma se allora erano lecite per un privato cittadino, non lo sono adesso, poiché rendono manifesta la volontà di controllare la banca centrale il cui operato si ridurrebbe a un supporto politico della Casa Bianca. La tentazione della cosiddetta Moderna Teoria Monetaria (Mmt), in cui è il Tesoro a guidare la politica monetaria, non è solo prerogativa dell’ala più estrema del partito democratico, ma anche dei repubblicani alla Trump. Quanto questa lusinga si stia diffondendo lascia un po’ d’inquietudine ed è difficile non concordare con Jeffrey Gundlach: «Viviamo in un mondo dove un mucchio di gente sta cambiando le regole», ha dichiarato il re dei bond e numero uno di DoubleLine.

Non c’è dubbio che la dissacrazione dei principi tradizionali (o, meglio, della prassi che ha disciplinato l’economia negli ultimi 70 anni), come pure l’avversione alle cosiddette élite, sono figlie del nuovo diffuso populismo e il Wall Street Journal, nel commentare l’intenzione di Trump di nominare al vertice della Fed due non economisti, ma uomini fidati come Stephen Moore e Herman Cain, conclude che ora «il vero valore in economia è come la pensi, non il titolo di studio». E gli economisti di Bank of America nell’osservare il comportamento degli investitori notano, con sottile ironia, come il populismo si offra a differenti approcci: considerato «protezionismo» se viene da un paese sviluppato, ma ritenuto «crescita armoniosa» se arriva dalla Cina.

Gundlach, nel criticare politiche monetarie che, attraverso tassi reali e persino nominali sottozero, stanno da tempo manipolando i mercati, sostiene che le maggiori banche centrali hanno spinto gli investitori verso le attività più speculative e si sono messe in una «situazione fuori controllo» da cui sarà difficile uscire, lasciando «aperta la porta a nuove politiche ancor più radicali»: ossia, implicitamente, a soluzioni come la Mmt. Oppure alla teoria dell’«Helicopter Money» di Ben Bernanke, il denaro fatto cadere a pioggia sulla folla: forti del fatto che questa idea sarebbe stata proposta già nel 1969 da un economista classico del calibro di Milton Friedman, trascurando che nel suo caso s’era trattato più di una provocazione che d’una teoria.

L’attesa

In attesa di politiche monetarie ancor più radicali, bastano quelle espansive proposte dai governi a fugare tra gli investitori i timori di una recessione. «Se negli ultimi mesi i mercati finanziari sono stati nervosi, gli stimoli fiscali potrebbero far ripartire l’economia internazionale in diverse regioni, riducendo il rischio di recessione nel breve periodo; potremmo assistere a una ripresa ciclica dell’investimento in infrastrutture nella seconda metà del 2019, che continuerà nel 2020», scrive Morgan Stanley IM, il braccio che gestisce il risparmio, contraddicendo le pessimistiche considerazioni della casa madre. Se di recessione non si parla più, nemmeno si prende in considerazione l’eventualità che i tassi d’interesse possano aumentare, creando un corto circuito tra il tornaconto immediato dei mercati e le regole fondamentali dell’economia.

Hanno probabilmente ragione i mercati a non curarsi delle apparenti contraddizioni, se anche due esponenti della Fed (Evans e Rosengren) hanno ipotizzato un obiettivo d’inflazione più ampio (al 2,5%) e dunque nessuna stretta monetaria per lungo tempo: non ci saranno aumenti dei tassi d’interesse fino a dopo le elezioni presidenziali del 2020, ha pronosticato Goldman Sachs, quella che fino a pochi mesi fa s’aspettava 3 rialzi per quest’anno. Più che una bolla di Wall Street, che pare aver rispolverato una relativa prudenza, preoccupano le condizioni sui mercati del credito: in Cina, di cui si vocifera (inutilmente) da anni, e negli Usa dove s’ingrossa sempre più un debito corporate ora a 9.100 miliardi di dollari, la metà del pil e il doppio di quanto lo s’era trovato alla vigilia della recessione del 2008. In un clima di apparente spensieratezza, le sole voci critiche su economia, utili aziendali e borsa sono quelle, oltre a Gundlach, di Pictet e di Ray Dalio di Bridgewater.

Walter Riolfi

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