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Wall Street supera i 20mila punti

Il Dow Jones al nuovo record storico – Spread in risalita, balzo del rendimento del BTp a 2,12%
«Great!#Dow20K» è il tweet con cui Donald Trump ha salutato il raggiungimento di quota 20mila da parte del Dow Jones: un traguardo puramente simbolico che l’indice di New York ha superato anche, ma non solo, grazie all’arrivo della Casa Bianca del candidato più inatteso. Più di un mese è in fin dei conti durata la rincorsa, con diverse fasi in cui la spinta originata dalla promessa di politiche fiscali espansive che accontentano in primo luogo il mondo delle imprese americane e di conseguenza i mercati è apparsa un po’ affievolita.
Alla fine l’obiettivo è stato centrato dopo due giornate in cui lo stesso Trump ha dato impulso a due differenti decisioni che sulla carta favoriscono settori chiave per Wall Street: quello petrolifero (il via libera alla costruzione di nuovi oleodotti, fra cui il contestatissimo Keystone Xl) e quello delle costruzioni (il muro con il Messico). Oltre a questo hanno ovviamente giovato anche trimestrali societarie migliori delle attese (Boeing, in particolare) e la ritrovata esuberanza dei titoli del comparto finanziario (a partire da Goldman Sachs).
L’ennesimo progresso di Wall Street porta con sé il corollario di ulteriori vendite sull’obbligazionario (il rendimento del Treasury decennale ha raggiunto il 2,51%), un nuovo scivolone dell’oro (-1% e di nuovo sotto la soglia dei 1.200 dollari l’oncia), e anche moltissimi dubbi per la verità. Se infatti è difficile capire se i 20mila siano un punto di arrivo o ripartenza, è abbastanza evidente che le valutazioni dei titoli quotati a Wall Street siano decisamente elevate (secondo il consensus Thomson Reuters I/B/E/S il rapporto fra prezzo e utili attesi a 12 mesi per l’S&P 500 è pari a 17,1), dal punto di vista storico e anche a confronto delle altre Borse mondiali.
Ed è soprattutto evidente che sui mercati azionari Usa la volatilità sia crollata, come dimostra il popolare indice Vix ormai quasi stabilmente sotto gli 11 punti e vicino ai minimi storici: un segno che per molti può anche significare eccessiva compiacenza sui mercati ed è quindi anche un elemento da non sottovalutare. «Quando vedo che il consensus fra le grandi banche d’affari è al 100% favorevole all’azionario e all’86% ribassista sull’obbligazionario penso che questo non sia un buon segnale e sia anzi da prendere con la massima cautela», faceva notare Caspar Rock, direttore degli investimenti di Schroders Wealth Management presentando ieri l’outlook 2017 a Milano.
Detto dei rialzi delle Borse europee (Milano ha chiuso a +0,42% con Mediobanca e UniCredit in evidenza) occorre anche ricordare che per i bond, come si diceva in precedenza, l’immagine è totalmente speculare. I rialzi dei rendimenti Usa si stanno trasmettendo quasi automaticamente all’Eurozona, soprattutto sulla parte lunga della curva: il Bund è salito allo 0,47% e il BTp al 2,11% (vicino ai massimi raggiunti prima del referendum Costituzionale) per uno spread cresciuto di due punti base a quota 164.
Ieri però le vendite si sono estese anche alle scadenze più brevi, sintomo probabilmente che qualche tensione sulle politiche di stimolo Bce sta crescendo qua e là nonostante le rassicurazioni fornite una settimana fa da Mario Draghi. Per il consigliere tedesco Sabine Lautenschlaeger, come si legge nell’articolo sotto, si potrà «iniziare presto» a valutare la questione dell’uscita dal quantitative easing : una conferma ulteriore di come all’interno dell’Eurotower le visioni siano tutt’altro che unitarie. Le certezze si sgretolano anche fra i gestori e se una settimana fa le principali banche d’affari sembravano convinte del proseguimento degli acquisti targati Bce anche nel 2018, ieri Rock di Schroders Wm ammetteva che «il tapering è di fatto già in atto» e soprattutto che «esiste il rischio di un ulteriore rallentamento degli acquisti Bce già prima di fine anno»: la sua è una voce fuori dal coro, ma non troppo.

Maximilian Cellino

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