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Wall Street s’inchina all’inarrestabile marcia della Apple

di Marco Valsania

La parabola del successo di Apple – e della leadership di Steve Jobs, innovatore, executive e imprenditore – è raccontata dalle cifre. Grandi cifre: quelle del fatturato, passato dai circa sette miliardi di dollari nel 1997, agli oltre 65 miliardi dell'anno scorso e agli oltre cento (un'impennata del 67%) attesi per quest'anno fiscale, che ha terminato il 30 settembre. Oppure i numeri dei profitti: gli utili per azione potrebbero essere balzati, negli ultimi dodici mesi, di un altro 83 per cento.

Ancora, i suoi forzieri sono ricolmi di contanti: una riserva di 76 miliardi di dollari, pronti per ogni evenienza, acquisizioni, espansioni, difesa del titolo. E, forse soprattutto, le performance inanellate a Wall Street: ieri, quasi in un tributo del «freddo» mondo della finanza alla scomparsa di Jobs, Apple ha tenuto in Borsa. Ha ceduto lo 0,2%, rimanendo in rialzo del 30% nell'ultimo anno. La stabilità del titolo ha coronato una marcia davvero straordinaria. Apple è impegnata in un testa a testa con il colosso petrolifero Exxon Mobil per il trofeo di re della capitalizzazione di mercato. Un duello giocato su una manciata di miliardi: 350 miliardi di dollari la market cap di Apple, 355 miliardi per Exxon. E un sorpasso simbolico sul gigante della vecchia economia, in realtà, lo aveva già messo a segno il 9 agosto. Un termine di paragone: undici anni or sono, nel 2000, Apple per gli investitori valeva non più di cinque miliardi. La sua marcia ha moltiplicato il valore delle azioni di 43 volte, contro un incremento del 7% avvenuto nello S&P 500. Ai livelli odierni il proverbiale azionista che avesse investito al prezzo del collocamento iniziale di Apple, 22 dollari nel dicembre del 1980, comprando cento titoli per 2.200 dollari, avrebbe in tasca 800 azioni (grazie agli stock split) per un valore di oltre 300.000 dollari.

Sui mercati, agli omaggi alla genialità creativa e manageriale di Jobs, si mischiano adesso gli interrogativi sul futuro. C'è chi considera il titolo sottovalutato a multipli prezzi/utili pari a circa 13, simili all'insieme del mercato (11,5 per l'S&P 500) nonostante le continue ascese degli utili pronosticate per Apple. Tanto che alcuni analisti non temono di dare al titolo target futuri di 500 o 600 dollari, rispetto ai circa 380 dollari di oggi. C'è tuttavia anche chi, gli analisti di Oppenheimer, crede che alla lunga l'assenza di un leader carismatico quale Jobs potrebbe farsi sentire in un comparto che richiede forti innovazioni ogni due o tre anni. Apple non è però nuova a grandi svolte. La sua saga finanziaria con Jobs al timone partì bene. Il debutto in Borsa fu da record, il più significativo dallo sbarco di Ford nel 1956. Il primo giorno il titolo crebbe del 31% e in tre anni di quasi il 200 per cento. Poi fu però crisi nera, del settore e di Apple, con passi falsi sui computer e ribellioni interne allo stile autoritario di Jobs. La sua estromissione non rilanciò il gruppo: fu, anzi, sfiorata la bancarotta e a metà degli anni Novanta Jobs venne richiamato. Il recupero non fu immediato, né facile. Ma, passata anche la crisi della bolla Internet, l'abilità di ristrutturare il gruppo e scommettere su prodotti destinati invece al successo fa brillare conti. Il titolo, a tre dollari nel 1997 e ancora a sei dollari nel 2003, torna a galoppare. L'impero costruito e lasciato da Jobs si estende sempre più dalla tecnologia ai media e al retailing, con oltre 300 negozi, quasi cinquantamila dipendenti e una collezione di prodotti iconici dai computer Mac all'iPod e iTunes, dall'iPhone all'iPad. Tanto da spingere il rivale di sempre, Bill Gates, a dar voce a uno degli addii che hanno trovato maggior eco: «È raro che il mondo veda qualcuno capace dell'impatto profondo che Steve ha avuto».

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