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Wall Street saluta Ferrari il titolo scatta a 60 dollari poi chiude a +5,77% 860 milioni per Fca

NEWYORK .
Wall Street si tinge di rosso per festeggiare la quotazione del Cavallino di Maranello. Sul parterre della Borsa, all’alba di mercoledì, i traders indossano divertiti i cappellini rossi e il giubbetto con il marchio Ferrari. Gli schermi ad alta definizione proiettano ovunque il simbolo della matricola del tabellone luminoso (Race, cioè corsa), mentre all’ingresso del New York Stock Exchange otto modelli fiammanti della casa italiana, tra cui uno di Formula uno, attirano l’attenzione di turisti e finanzieri. Poi alle 9.30, sul balcone addobbato di rosso che domina la sala delle contrattazioni, arrivano John Elkann (con un gilè rosso), Piero Ferrari e Sergio Marchionne. A loro spetta l’onore di suonare la campanella che dà il via agli scambi e che, tra gli applausi e i flash, segna l’ingresso ufficiale della Ferrari.
E’ fatta: a un anno dall’arrivo a Wall Street del gruppo Fca (Fiat Chrysler automotive), anche la Ferrari sancisce la sua indipendenza e si affida ai mercati internazionali. Ed è un grande “rombo”: che non tutti gli analisti si aspettavano, perché gli ultimi mesi a Wall Street sono stati difficili e molte aziende hanno rinunciato allo sbarco.
Invece per la Ferrari è andato tutto al di là delle aspettative. Il prezzo di collocamento è stato fissato alla vigilia della quotazione a 52 dollari ad azione, cioè al massimo della forchetta prevista, facendo intascare alla Fca 859 milioni di dollari per il 9%messo sul mercato. Poi ieri, all’apertura delle contrattazioni, il titolo Ferrari schizza subito del 15%, a 60 dollari. Arriva a 61. In seguito si assesta e chiude a 55 dollari (+5,77%), portandone la capitalizzazione di borsa a 10,6 miliardi di dollari: cioè alla metà del valore dell’intero gruppo Fiat-Chrysler, che ieri in Borsa a Milano ha perso invece il 5,27%, anche per il prossimo distacco da Maranello.
Dietro a questa accoglienza entusiasta c’è l’intuizione di Marchionne che durante il roadshow ha presentato la società di Maranello ai potenziali investitorim non come una industria automobilistica d’alto livello tipo-Bmw, ma come una protagonista del mercato del lusso, assimilabile a Hermès o Prada. Risultato: la Borsa ha reagito in modo insolito, apprezzando la “sexy story della Ferrari”, come la chiama David Klaskin, responsabile per gli investimenti della Oak Ridge, e dando fiducia al management italiano.
«Non c’è dubbio che l’Italia ha sempre avuto un grande appeal nel mondo per quello che sa fare bene: e Ferrari ne è una prova», osserva Elkann, prestandosi, di fronte a Wall Street, a qualche selfie con calabresi di passaggio a Manhattan. «Ed è una fortissima emozione vedere Fca e Ferrari quotate insieme», aggiunge il nipote di Gianni Agnelli, ricordando che a gennaio del 2016 il Cavallino sbarcherà anche a piazza Affari. All’inizio dell’anno prossimo sarà distribuito pro-quota, agli azionisti della Fca, l’80% dei titoli Ferrari in mano alla Fiat-Chrysler. A quel punto la Exor, la holding della famiglia Agnelli, avrà il 24% del capitale Ferrari, che grazie a un meccanismo di voto multiplo e in aggiunta al 10% in mano a Piero Ferrari, figlio del leggendario Enzo (e ormai diventato miliardario), garantirà il pieno controllo della società. Marchionne potrà così procedere con il nuovo piano industriale di Maranello, che prevede un lieve aumento della produzione annuale di auto che l’anno scorso era a quota 7255.
Sfoggiando una spilla con il Cavallino sull’immancabile girocollo, il manager italo-canadese risponde con una battuta a chi gli chiede che cosa cambierà dopo la quotazione Ferrari: «Torniamo a essere gli sfigati dell’auto». Spiega: «Continueremo a produrre auto ma senza più appoggiarci, come immagine, su un marchio del calibro Ferrari».
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