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Wall Street Se sale in estate vince Hillary

Finora tutti gli esperti di previsioni politiche non hanno azzeccato l’andamento della campagna presidenziale Usa. Ma c’è un indicatore che non sbaglia (quasi) mai: Wall Street. Se da fine luglio a fine ottobre la Borsa di New York salirà, Hillary Clinton diventerà la prima presidente donna. Se invece il mercato azionario perderà quota, vincerà molto probabilmente Donald Trump.

Lo dice uno studio sul rapporto fra l’indice S&P500 e le elezioni elaborato da Sam Stovall, stratega azionario Usa di S&P Global market intelligence. La regola generale è che se nei tre mesi prima del voto — 8 novembre — Wall Street va bene, di solito vince il partito che già occupa la Casa Bianca. Se invece le quotazioni scendono, allora è il partito all’opposizione che conquista la presidenza.

«E’ successo sempre così dal 1944 a oggi», sottolinea Stovall. Tre sole le eccezioni: nel 1968 e 1980, nei tre mesi chiave l’indice S&P500 è salito, ma il partito al potere — quello Democratico — ha perso e hanno vinto i Repubblicani Richard Nixon (1968) e Ronald Reagan (1980); mentre nel 1956 la Borsa è scesa, ma il presidente Repubblicano Dwight David Eisenhower è stato confermato.

Le spiegazioniForse la Borsa in discesa esprime un malessere economico che favorisce l’opposizione e viceversa il Toro che galoppa aiuta chi governa a restare in sella. Ma c’è un altro motivo per cui gli investitori devono prestare attenzione alla politica quest’anno. «Wall Street odia l’incertezza — dice Stovall —. Quindi quando in corsa ci sono due candidati nuovi, la tendenza è negativa». A prima vista la performance media dell’S&P500 durante il quarto anno del ciclo presidenziale appare positiva, +5,9% (sempre dal 1944). Se però si distingue fra gli anni in cui il presidente in carica si ripresenta e gli altri (la carica dura al massimo due mandati), si nota una differenza: nel primo caso la performance media è stata addirittura doppia, +10,2%, con la Borsa salita l’83% delle volte; nel secondo caso si è verificata una perdita media del 3,3%, e la Borsa è salita solo il 50% delle volte. Due degli anni peggiori sono stati il 2000 — con un calo del 10%, e la vittoria del Repubblicano George W. Bush dopo otto anni del Democratico Bill Clinton — e il 2008, con un crollo del 38% e la vittoria del Democratico Barack Obama dopo otto anni di Bush. Tuttavia sono anche stati due anni particolari, il primo segnato dallo scoppio della Bolla delle dot.com e il secondo dalla grande crisi finanziaria.

Se poi si analizzano solo i sei mesi prima delle elezioni, osserva Stovall, sembra ancor più saggio quest’anno il proverbio di Wall Street Sell in May and go away : vendi in maggio e vai via dalla Borsa fino a novembre. Infatti da maggio a fine ottobre, quando fra i due candidati alla Casa Bianca non c’è il presidente in carica, la perdita media è del 2,6%, con un rialzo solo il 50% delle volte. Invece quando si ripresenta il presidente in carica c’è un rialzo il 91% delle volte con un guadagno medio del 4,1%.

L’orientamentoE per chi dovrebbe tifare Wall Street, sulla base delle performance passate? «Con i presidenti Democratici l’S&P500 ha avuto performance migliori — risponde Stovall —. Dal 1945 a oggi il rendimento annuo composto è stato in media del 9,7% con i Democratici, contro il 6,7% sotto i Repubblicani». Il calcolo è su base annua, precisa, perché la durata delle presidenze varia. Ma il motivo della differenza fra i due partiti è discutibile, avverte Stovall.

«I Democratici sono chiamati ‘il partito delle tasse e della spesa pubblica che spinge l’economia, i profitti e le quotazioni — spiega lo stratega —. Mentre i Repubblicani sono considerati il partito della responsabilità fiscale, che deve ripulire i conti pubblici dopo gli eccessi dei Democratici, con la conseguenza che ogni presidente Repubblicano da William Howard Taft (1909-1913) in poi ha dovuto affrontare una recessione nei primi due anni del suo governo». Ma questa teoria è in parte contraddetta dal fatto che molti presidenti Repubblicani sono stati preceduti da colleghi dello stesso partito, come Bush padre, eletto nel 1988 dopo Reagan.

A proposito di recessione, un motivo fondamentale e non politico per cui Wall Street è nervosa è che cresce il timore di una fine della fase di espansione economica iniziata nel giugno 2009. Si tratta già della quarta più lunga dal 1900 ed è durata il doppio della media. Ad alimentare le preoccupazioni concorre il calo del fatturato (-2,1%) e dei profitti delle quotate (-6%) nel primo trimestre 2016. Oggi l’indice S&P500 vale 17,7 volte i profitti attesi nei prossimi 12 mesi per le società del suo paniere: un livello caro, rispetto alla media storica di 16. E una ragione in più per aspettarsi un ribasso.

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