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Wall Street risale ma restano i pericoli inflazione e instabilità

Volatilità è la parola chiave. È un altro modo per dire montagne russe, ottovolante. Dopo il lunedì nero in cui l’indice Dow Jones si era tuffato a capofitto col cuore in gola, puntando verso gli abissi e perdendo 1.178 punti, ieri è volato verso le stelle recuperando oltre 500 punti. Nel frattempo tutte le Borse asiatiche prima, europee poi, avevano inseguito i ribassi americani di lunedì. Ma limitando i danni via via che arrivava da Wall Street un vento positivo. Rimbalzo tecnico, o fine della paura? L’allarme è risultato breve, se davvero il pericolo è già superato dopo soltanto due sedute di tonfi spettacolari. Tutto si può sdrammatizzare guardandolo in una prospettiva storica: per cancellare i guadagni del Dow Jones durante i 12 mesi di presidenza Trump, di punti dovrebbe perderne 6.000. E la Borsa cresceva anche sotto i due mandati di Obama, con poche interruzioni.
Ma intanto “ volatilità” è di nuovo tra noi. Da quando il mondo uscì dalle due mini- crisi cinesi ( estate 2015, gennaio 2016), le Borse erano diventate stabilmente tranquille. Le spingeva verso l’alto una poderosa corrente ascensionale. Con rari strappi. Ora invece le fluttuazioni degli ultimi tre giorni riportano alla luce quel fenomeno: “ volatilità” è indice di un mercato sull’orlo di una crisi di nervi, da euforìa drogata o da panico.
Dietro le turbolenze dei mercati c’è l’incertezza che avvinghia gli investitori riguardo al possibile ritorno di un fenomeno che per una generazione di giovani appartiene al mondo dei genitori e dei nonni. Siamo vissuti a lungo in una deflazione profonda, provocata tra l’altro dal cosiddetto “sconto cinese” che attraverso la competizione globale manteneva una pressione sui prezzi. Poi ovviamente abbiamo avuto una crisi lunghissima che dal 2008 in poi ha ucciso l’inflazione per scarsità di domanda.
Oggi i fattori che possono farla rinascere sono molteplici, e in parte concentrati proprio qui negli Stati Uniti. I lavoratori finalmente ritrovano un po’ di potere contrattuale in un mercato del lavoro che si sta avvicinando alla piena occupazione. L’inflazione salariale si era spenta addirittura negli anni Novanta, a causa della concorrenza cinese, per lo più: i prodotti fabbricati da lavoratori americani venivano sostituiti con made in China molto meno caro. Il che introduce il secondo elemento: se avanza il protezionismo di Trump anche questo può contribuire ad alzare i prezzi. Terza incognita è il deficit pubblico: la riforma fiscale di Trump rischia di scavare un disavanzo che a sua volta contribuisce all’inflazione oltre che all’aumento dei tassi. Infine sta finendo la droga monetaria che manteneva artificialmente basso il costo del denaro. La Federal Reserve ha smesso di comprare bond sui mercati e comincia molto lentamente a ridurre quelli che ha; la Bce la seguirà, sia pure a distanza.
La droga monetaria, circa 15.000 miliardi di bond acquistati da molte banche centrali del mondo, ha contribuito a costruire un’economia divaricata. Con due inflazioni totalmente divergenti. L’economia reale, cioè soprattutto il mondo del lavoro e del consumo, vive da molti anni in deflazione e il ristagno delle retribuzioni ne è la faccia più drammatica. L’America ne sta uscendo solo ora, ma senza esagerare (+ 2,9% l’aumento dei salari), l’Europa c’è ancora dentro fino al collo. Nella sfera della finanza è accaduto il contrario: una iper- inflazione nel valore di tutti gli attivi, azioni, bond, spesso anche case. A questo hanno contribuito le banche centrali con la moneta facile e i tassi zero. Stipendi fermi e bolle speculative a gogò, sono stati la realtà divaricata almeno dal 2009 in poi. Ora che la droga monetaria sta per finire, il nervosismo degli investitori è palpabile. Via via che aumentano i tassi direttivi della Fed, questo avrà effetti a cascata. Svaluterà una montagna di vecchi bond dai rendimenti bassi. Frenerà la domanda di consumo, se questa era finanziata a debito. Potrà disincentivare l’acquisto di azioni. Ma nessuno sa esattamente quanto l’inflazione americana sia destinata a salire. In altre parti del mondo, soprattutto l’Europa, d’inflazione ancora non v’è traccia. L’incertezza rende possibili gli improvvisi sbandamenti nell’umore degli investitore: volatilità. Ma nel frattempo “volatilità” è diventato uno strumento su cui investire: fior di titoli “ innovativi”, i cosiddetti Etf, stanno incollati all’indice Vix che misura l’ampiezza delle fluttuazioni. Alcuni lo replicano al quadrato. Sono la passione degli hedge fund. Uno di questi Etf, emesso dal Credit Suisse e con un nome extra-lungo – VelocityShares Daily Inverse VIX Short- Term exchange- traded note – dalla sua nascita nel 2010 aveva fruttato un rendimento del 46%. In poche ore durante il lunedì nero il suo valore è crollato del 95%. Credit Suisse ha sospeso le transazioni. Un fondo della società Nomura legato al Vix è stato chiuso dopo un crollo dell’80% e una valanga di richieste di riscatti. Abbiamo anche riscoperto in questa occasione i danni enormi che derivano dal connubio finanza- tecnologia: molti degli ordini di Borsa ormai vengono da algoritmi, programmi automatici gestiti da intelligenza artificiale. Nel mondo futuro dominato dai computer, scopriremo che “ loro” sono guidati dall’istinto di gregge proprio come noi.

Federico Rampini

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