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Wall Street «rianima» le Borse europee

Il Dow Jones tocca nuovi record e fa recuperare i listini: Piazza Affari chiude positiva (+0,07%)
Il Dow Jones a 19.066 punti non si era mai visto. Wall Street, seppur al piccolo trotto, continua a macinare record su record. Dopo la vittoria di Trump, l’indice dei titoli industriali è salito del 4%, il più corposo S&P 500 del 2,85% e il Russell 2000 (l’indice che raggruppa le piccole e medie aziende degli Usa) addirittura del 12%.
Di motivi per festeggiare a Wall Street (oggi chiusa per il Thanksgiving day) in questo momento non mancano. Se davvero Trump aumenterà la spesa a deficit (puntando su nuove infrastrutture) e taglierà le tasse per le aziende, gli effetti a breve termine sul Pil (e sugli utili delle società) non potranno che essere positivi. Il tutto in un contesto già estremamente prolifico. A ottobre gli ordini di beni durevoli negli Usa hanno registrato una crescita del 4,8%, nettamente oltre il +1,7% previsto dagli economisti. Inoltre, a novembre la fiducia dei consumatori è salita oltre le attese, con l’indice dell’Università del Michigan approdato a quota 93,8 da 91,6, con gli economisti che lo stimavano invariato. Non va però dimenticato che gli attuali valori della Borsa statunitense paiono esagerati se rapportati agli utili riportati dalla imprese negli ultimi anni. E in questo momento anche gonfiate dalla politica monetaria estremamente accomodante degli ultimi anni che si è riflessa in manovre di buyback (acquisto di azioni proprie) da parte di molte aziende. Nei nuovi massimi di New York si nascondono poi storie diverse: come quella di Deere, gigante mondiale dei trattori e delle macchine agricole, balzato di quasi 10 punti percentuali dopo una trimestrale sopra le attese. E come quella di Eli Lilly , in caduta libera(-13%) dopo l’annuncio che il suo farmaco contro l’Alzheimer non ha ottenuti i risultati sperati tanto che lo sviluppo del farmaco è stato interrotto.
Wall Street ha dato un po’ di energia nel finale di seduta a Piazza Affari (+0,07%) e alle banche italiane che nel corso della giornata, come ormai prevede il copione da diverse settimane, stavano accusando pesanti ribassi. Il recupero in extremis ha consentito di limare il passivo dell’indice Ftse Ita banks – da molti considerato il vero termometro del rischio Paese in questo momento, molto più dello spread tra titoli di Stato italiani e tedeschi/spagnoli – a quota -0,45%. Resta il fatto che questo indice nell’ultima settimana ha perso il 5% e da inizio anno il 49,38%. Numeri pesanti. Le banche italiane hanno in pancia oltre 400 miliardi di titoli di Stato italiani (che in questa fase di rialzo dei tassi si stanno deprezzando), e oltre 87 miliardi di sofferenze al netto degli accantonamenti. Senza dimenticare che sul settore (e questo vale anche per le banche europee) incombono nuove rigidità regolamentari secondo quanto previsto dagli accordi di Basilea 4.
Ma in realtà è l’incertezza legata al referendum del 4 dicembre a spingere gli operatori ad andare molto cauti sulle banche italiane, oggi certamente più vulnerabili rispetto ai titoli di Stato, in quanto questi ultimi restano comunque sotto l’alveo protettivo della Banca centrale europea (almeno fino a marzo 2017 secondo quanto previsto dalle attuali regole del piano di stimoli conosciuto tecnicamente come quantitative easing).
In questo momento il “prezzo del referendum” per Piazza Affari, piegata proprio dalle banche, è quantificabile in 3,5 punti percentuali. È quanto ha perso in più la Borsa di Milano (-5%) nell’ultimo mese rispetto alla media delle Borse europee (indice EuroStoxx 50 -1,5%). Sul tema ieri il capo economista di Standard&Poor’s per l’Europa, Jean Michel Six, ha in parte smorzato i toni sottolineando che la vittoria del “no” non riporterebbe Piazza Affari ai livelli del 2010 perché le misure della Bce sono come un «ombrello nucleare sopra la testa».
Sull’Italia sono posizionati anche i riflettori dei Paesi esteri. Ieri la banca centrale svizzera si è detta pronta a intervenire nel caso in cui l’esito del referendum costituzionale in Italia scateni turbolenze sul mercato valutario. Intanto ieri il dollaro ha continuato a rinforzarsi. L’euro è sceso fino a 1,0541, il minimo del 2016. In uno studio Goldman Sachs ipotizza che l’euro possa scendere sotto la parità entro la fine del 2017.

Vito Lops

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