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Wall Street poco sensibile alla frenata del Dragone

La crescita dei due principali attori dell’economia mondiale rischia di rallentare nel corso del prossimo anno: Stati Uniti e Cina, anche a causa delle difficoltà della zona euro, potrebbero infatti andare in affanno nel 2013. Paradossalmente questa prospettiva non sembra danneggiare in questa fase i mercati azionari, anzi viene vista come uno dei principali motivi del rimbalzo agostano.
Negli Usa il Congress Budget Office (l´Ufficio del Congresso che si occupa del bilancio) ha rilasciato recentemente stime secondo le quali, a meno che non venga scongiurato il precipitare nel fiscal cliff (la temibile accoppiata tagli alla spesa e aumento delle tasse), il Pil statunitense potrebbe scendere di mezzo punto nel 2013. Il fatto che la crescita dovrebbe riguadagnare forza nei tre anni dal 2014 al 2017 interessa relativamente poco ai mercati in questa fase, che per il momento si concentrano su quello che potrebbe accadere prima delle prossime presidenziali.
Anche sulla Cina soffiano venti contrari alla crescita: l’indice Pmi-Hsbc sull’attività manifatturiera cinese ha deluso le attese: agosto ha fatto segnare la flessione più accentuata degli ultimi nove mesi a causa del calo dei nuovi ordini per le esportazioni e dell’aumento degli stock. Gli osservatori sono concordi nell’ipotizzare che la perdita di velocità dell’economia si estenderà anche al terzo trimestre e i timori di un hard landing, cioè di una frenata troppo brusca, hanno convinto la Banca centrale – che solo pochi mesi fa stava ancora lottando contro l’inflazione alzando i tassi e inasprendo i parametri legati al credito delle banche – a invertire la rotta, mettendo in preventivo altri tagli sui tassi dopo le due sforbiciate dello 0,25% date a giugno e a luglio. La Banca popolare cinese, seguendo l’esempio della Bce, ha anche iniettato liquidità agli istituti di credito per oltre 220 miliardi di yuan (circa 34 miliardi di dollari), per ridare fiato all’economia.
L’S&P 500, rappresentativo della “Corporate America”, non sembra affatto spaventato dai timori di rallentamento e continua a premere contro le resistenze offerte a 1.422 punti dai massimi di inizio aprile, a loro volta sostanzialmente allineati con il picco di maggio 2008 (a 1.440). Se anche il tappo dei 1.440 punti dovesse saltare, sarebbe lecito considerare ripreso il trend rialzista disegnato a partire dai minimi di marzo 2009, trend contenuto all’interno di un canale ascendente il cui lato superiore, attualmente in area 1.600 punti, ovvero poco al di sopra dei massimi storici dell’ottobre 2007 (a 1.576 punti), diverrebbe l’obiettivo per la crescita dei prezzi. In altre parole, basterebbe un piccolo sforzo aggiuntivo rispetto a quelli fatti nell’ultimo trimestre per mettere l’indice più rappresentativo di Wall Street in corsa per il recupero dei suoi record di sempre, dai quali è separato da una distanza di poco superiore al 10 per cento.
Per negare ai prezzi questa possibilità dovrebbero intervenire ribassi al di sotto di area 1.340-1.360, area di transito della media mobile a 100 giorni e della linea che sale dai minimi di ottobre 2011. E anche in questo caso a essere compromessa sarebbe solo la possibilità di assistere all’assalto dei 1.576 punti in tempi brevi, in quanto la base del canale citato, sostegno che preserva la struttura ascendente, transita molto più in basso, in area 1.230 punti.
Anche nel caso del Nasdaq, paniere caratterizzato da un elevato numero di titoli “aggressivi” e utilizzato per questo motivo come cartina di tornasole dei mutamenti di orientamento anche dell’S&P 500, le resistenze critiche sono vicine. Ad agosto l’indice è salito in prossimità del top di marzo a 3.134 punti, area di prezzo che non veniva più toccata dal novembre 2000 e soprattutto 50% di ritracciamento del ribasso dai massimi del marzo 2000. Il superamento di questi livelli conferirebbe un’autorevolezza maggiore al rialzo in atto dai minimi del 2009, che non sarebbe così più una semplice correzione della discesa dai record di sempre del 2000.
Pur con le dovute cautele, dovute al comportamento relativamente incongruo del mercato che si galvanizza a fronte di dati macro deludenti nella speranza che questi costringano le Banche centrali ad allargare i cordoni della Borsa, l’investitore potrebbe quindi decidere di seguire la rottura dei livelli di resistenza indicati per gli indici Usa per incrementare il peso in portafoglio di strumenti a essi legati.
Condizione grafica decisamente diversa per l’indice della Borsa di Shanghai: i primi massimi rilevanti, quelli dell’agosto 2009 a 3.478, per non parlare poi di quelli del 2007 a 6.124 punti, sono molto distanti e la tendenza degli ultimi anni non è stata certo improntata al rialzo. Recentemente, poi, i prezzi sono scesi al di sotto dei record negativi di gennaio, a 2.132 punti, cancellando la possibilità di assistere alla creazione di una figura rialzista come un doppio o triplo minimo. Esiste tuttavia ancora un supporto potenzialmente in grado di arrestare la discesa vista nell’ultimo triennio, ovvero il 78,2% di ritracciamento del rialzo dai minimi dell’ottobre 2008, posto a 2.050 punti circa. La tenuta di questo sostegno ricavato dalla successione di Fibonacci sarebbe un primo indizio in favore di un tentativo di inversione al rialzo del trend.
Più confortante l’andamento dell’Hang Seng di Hong Kong. I prezzi hanno superato al rialzo la media mobile a 100 giorni, confermando l’intonazione positiva dimostrata a partire dai minimi di giugno a 18.050 punti circa. La rottura anche della linea di tendenza ribassista disegnata dal top di aprile 2011, passante a 20.500 punti circa, fornirebbe indicazioni favorevoli al ritorno sui massimi dell’anno a 21.760 punti, importante resistenza anche in ottica temporale estesa. Solo la violazione di 18.700, linea che sale dai minimi di ottobre 2011, comporterebbe un deterioramento del quadro grafico, che suggerirebbe di alleggerire eventuali posizioni di investimento nell’area.

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