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Wall Street nervosa dopo la Fed

Per l’Europa seduta all’insegna del recupero, Milano e Madrid le migliori
Nessuno ormai si aspettava un rialzo del costo del denaro a giugno da parte della Federal Reserve, almeno da quando a inizio mese i deludenti dati sul mercato del lavoro Usa avevano gelato le attese sulla ripresa economica e quindi anche su un atteggiamento aggressivo da parte della Banca centrale. Per tale motivo la reazione di Wall Street all’annuncio, alle proiezioni sui tassi per i mesi a venire dei banchieri e alla successiva conferenza stampa del presidente Janet Yellen è stata tutto sommato composta.
Non per questo però i movimenti – l’avanzamento iniziale di S&P e Nasdaq, che hanno chiuso poi entrambi in leggero ribasso (-0,2%); gli acquisti sui Treasury, i cui rendimenti a dieci anni sono scesi all’1,58%, e le vendite sul dollaro che hanno momentaneamente portato l’euro a sfiorare quota 1,13 – sono da sottovalutare. Ciò che il mercato vede è una Fed che gradualmente si riallinea alle aspettative degli stessi operatori, che da tempo ormai puntano a un atteggiamento meno restrittivo di quanto si vuole far intendere da Washington.
Le previsioni mediane dei componenti del Fomc (che popolarmente vengono definite «dots», come i punti che indicano nel grafico pubblicato dalla Fed le loro proiezioni sui tassi per il futuro) indicano implicitamente ancora due rialzi nella restante parte di quest’anno, come a marzo, ma soltanto tre strette anziché quattro per il 2017. In più, salgono a 6 i membri che ora ritengono possibile una sola mossa da qui a dicembre: abbastanza per far ricalibrare le lancette anche ai trader, visto che in base ai tassi impliciti ricavabili dai future sui Fed Funds le probabilità di un rialzo nella prossima riunione di metà luglio sono scese al 10% dal 23% rilevato poco prima dell’annuncio, quelle di una mossa a settembre si sono ridotte al 26% dal 41% e quelle per dicembre al 48% dal 50%.
Il fatto che in conferenza stampa Yellen abbia poi avvertito che l’ipotesi di una stretta già a luglio «non è impossibile» ha contribuito a mitigare l’impatto iniziale dell’annuncio sui listini. Ogni mossa, a sentire la Fed e nonostante lo scetticismo degli operatori, resta comunque legata ai dati macroeconomici che saranno diffusi nelle prossime settimane.
In precedenza l’Europa aveva vissuto una giornata all’insegna del recupero, con le tensioni legate al tema Brexit (o il semplice pretesto) messe momentaneamente da un lato per la prima volta negli ultime quattro sedute. Milano e Madrid hanno idealmente guidato la classifica, entrambe con un rialzo dell’1,5%, seguite poi da Parigi (+1%), Francoforte (+0,9%) e dalla stessa Londra (+0,7%). Al rimbalzo prevedibile delle banche (Banco Popolare e Bpm le migliori a Piazza Affari con progressi rispettivamente del 7,1% e del 5,7%) si è aggiunto a livello continentale anche quello dei titoli legati alle materie prime (la britannica Glencore è risalita del 6,5% grazie al recupero generalizzato dei metalli) e quelli del settore retail (spinti anche dall’iberica Inditex e dal suo rialzo del 5,5% dopo la trimestrale migliore delle attese).
Atmosfera più rilassata anche sul reddito fisso: se è vero che dopo una giornata di oscillazioni il rendimento del Bund decennale si è confermato negativo (-0,012%), i BTp e gli altri titoli della «periferia» europea non hanno subito vendite e lo spread Italia-Germania è rimasto a 144 punti base. Il Tesoro tedesco ha peraltro faticato a collocare sul mercato nuovi titoli di Stato a 10 anni, ricevendo richieste per 3,6 miliardi di euro contro i 4 miliardi offerti. Hanno invece continuato a scendere i tassi dei Gilt: il decennale britannico ha raggiunto un nuovo minimo storico all’1,11% ed è quindi in cima alla lista della spesa degli investitori per motivi legati all’esito del referendum. Se dovessero prevalere i favorevoli all’uscita dall’Unione europea, è questo il ragionamento degli analisti, l’economia britannica rischia un forte rallentamento e forse anche una recessione e la Banca d’Inghilterra (che si riunisce stamani) potrebbe reagire con nuove mosse espansive: paradossi della Brexit.

Maximilian Cellino

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