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Wall Street il colore tecnologico dei soldi

Cinque anni fa, il 9 ottobre, Wall Street toccava il massimo storico. L’indice Dow Jones chiudeva a 14.164 punti e l’S&P 500 a quota 1.565.
A spingere all’insù le azioni era stato il taglio, un mese prima, dei tassi di interesse da parte della Federal Reserve, la banca centrale americana e l’aspettativa per ulteriori ribassi. Il mercato, euforico, aveva scelto di ignorare i campanelli d’allarme sull’imminente crisi: il fallimento nel giugno 2007 di due fondi di Bear Stearns, affondati dai titoli illiquidi basati sui mutui subprime; e il rallentamento dell’economia che sarebbe caduta in recessione nel dicembre dello stesso anno.
Ricorsi storici
Oggi sembra ripetersi il copione: la Borsa ha festeggiato la nuova fase di incredibile espansione monetaria annunciata dalla Fed lo scorso settembre ed è arrivata così molto vicina ai massimi del 2007, chiudendo un occhio sui crescenti segnali di difficoltà per le aziende quotate. Ma i problemi sono tutti lì — a partire dall’indebolimento dell’economia — e sommati all’incertezza per l’esito delle elezioni presidenziali del 6 novembre, fanno presagire un quarto trimestre molto agitato per gli investitori.
In questi cinque anni però Wall Street è cambiata radicalmente e molte delle sue nuove caratteristiche sono positive per i risparmiatori: la finanza non è più la regina della Borsa; le azioni sono meno care e i dividendi più generosi. Nell’ottobre 2007 fra le prime 20 aziende dell’S&P500 c’erano quattro grandi gruppi finanziari: Citigroup, Bank of America, American international group (Aig) e JpMorgan Chase. Solo quest’ultima banca è rimasta al top, insieme alla new entry Wells Fargo, mentre gli altri tre istituti sono scesi rispettivamente dal 5°, 6° e 13° posto della classifica per capitalizzazione di Borsa al 28°, 29° e 58°, perdendo complessivamente 400 miliardi di dollari di valore.
Citigroup e Aig per sopravvivere alla crisi scatenata dal crac Lehman nell’autunno 2008 hanno addirittura dovuto chiedere aiuto al governo americano, che è diventato loro azionista; e per questo hanno anche perso lo status di blue chip dell’indice Dow Jones (che non ammette fra le sue componenti aziende partecipate dallo Stato).
Cura dimagrante
In tutto, il settore della finanza è stato ridimensionato del 24% rispetto ai massimi del 2007, a favore dei titoli tecnologici che hanno guadagnato il 28% di peso sull’S&P500. In testa a tutti c’è Apple, che cinque anni fa era solo 19° fra le 500 aziende dell’indice e oggi è la numero uno, sopra il colosso petrolifero Exxon Mobil: una performance che coincide con il successo dell’iPhone, che aveva debuttato proprio nell’estate 2007. Il motore di ricerca Google è salito dal 10° al 7° settimo posto e ora pesa di più della compagnia petrolifera Chevron, della holding di Warren Buffett Berkshire e di entrambe le banche già citate. Ha mantenuto invece il terzo posto la società di software Microsoft, mentre è balzata dal 16° al 5° Ibm, che in questi cinque anni ha continuato a sviluppare con successo la sua transizione da produttore di computer a fornitore di servizi e consulenza nel campo dell’informatica per imprese e istituzioni. Fuori dalle top 20 è finita la leader dei semiconduttori Intel, e al suo posto è entrata Oracle, produttrice sia di hardware sia di software per le aziende.
Tecno-trend
Il boom del settore tecnologico non ha significato il rincaro delle sue azioni ai livelli dell’euforia fine anni 90-inizio 2000. Anzi, il rapporto prezzo/utili delle maggiori aziende high-tech è sceso dal 2007. Quello di Apple era 42,8 cinque anni fa e adesso è solo 16,5. La più «cara» è Google con un p/u di 21.
Le valutazioni insomma sono molto ragionevoli, anche se l’altra faccia della medaglia è l’avvertimento implicito del mercato sul rallentamento della crescita dei profitti nel prossimi mesi e anni: nel 2007 il p/u oltre 40 di Apple correttamente anticipava il forte aumento di utili della società fondata da Steve Jobs, mentre oggi le aspettative sono molto più caute.
Cambiamento
In generale il rapporto prezzo/utili delle società dell’indice S&P500 era 17,5 cinque anni fa, quindi superiore alla media storica di 16,5; oggi il rapporto è sceso attorno a 14, un livello che darebbe un segnale d’acquisto secondo studiosi come Jeremy Siegel, il professore della Wharton business school autore del best-seller Azioni per il lungo termine.
L’ultima caratteristica positiva della nuova Wall Street per gli investitori è il rendimento delle azioni, cioè il valore dei dividendi rispetto alle quotazioni: è aumentato a livelli competitivi verso le magrissime cedole dei titoli di Stato americani, l’1,6% per i decennali. Perfino Apple ha deciso di distribuire una parte dei suoi profitti agli azionisti, 2,65 dollari per azione nell’agosto 2012. E il rendimento delle azioni Microsoft è salito a quasi il 3%.

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