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Wall Street Il banchiere che non specula

James Gorman, l’amministratore delegato (ceo) di Morgan Stanley, è il nuovo volto di Wall Street. L’ironia è che nessuno (o quasi) lo conosce, perché mantiene un profilo molto basso, attento solo a stabilizzare la fonte di profitti della sua banca d’affari, l’unica sopravvissuta — insieme a Goldman Sachs — alla grave crisi finanziaria del 2008. 
Niente di lui ricorda i fasti e le megalomanie dei ceo che hanno fatto la storia dell’investment banking. Gorman conduce una vita molto privata. È poco o niente visibile nei «salotti buoni» newyorkesi e non lo si vede celebrare i suoi successi con i colleghi davanti a una grande bistecca e a un bicchiere di whiskey, come si usava una volta nei ristoranti storici come il San Pietro o il 21 Club a Manhattan.
Eppure ne avrebbe di buoni risultati di cui vantarsi, come gli hanno riconosciuto gli azionisti, che all’ultima assemblea societaria lo hanno premiato aumentando dell’85% la sua retribuzione a 18 milioni di dollari, il maggior rialzo salariale fra tutti i ceo di Wall Street. I soci di Morgan Stanley — e anche i dipendenti pagati in parte con azioni — sono felici perché le sue quotazioni di Borsa sono più che raddoppiate negli ultimi due anni, battendo tutti i rivali.
Come ha fatto? Ha capito prima di altri che la classica industria dell’investment banking è morta dopo la bancarotta di Lehman brothers e ha puntato tutto sul rafforzamento del business meno rischioso ma più remunerativo in questo nuovo clima, quello del wealth management ovvero la gestione dei patrimoni dei clienti «ricchi».
Nella Wall Street di ieri i protagonisti erano i trader, gli speculatori sulle valute, i tassi di interesse, le materie prime, che grazie a scommesse azzeccate potevano arrivare al top come Lloyd Blankfein, l’attuale ceo di Goldman Sachs — che resta comunque il banchiere più pagato con 23 milioni di dollari —, ma se sbagliavano mossa potevano affondare l’intera società come ha fatto Richard Fuld con Lehman. Però con le nuove regole varate dopo il 2008, perfino Goldman Sachs ha dovuto diminuire il livello di rischi delle sue operazioni.
Per superare il peggio della crisi con l’aiuto del «prestatore di ultima istanza» cioè della Federal reserve (Fed, banca centrale americana), anche Goldman Sachs e Morgan Stanley hanno infatti dovuto convertirsi a «holding bancarie» sotto la supervisione della Fed, pur senza avere sportelli che prendono depositi dal pubblico. E quindi ora sono regolate come le grandi banche e soggette alla stessa «regola Volcker» che vieta speculazioni capaci di far fallire un istituto.
Svolta
Il wealth management rappresentava solo il 18% del fatturato di Morgan Stanley nel 2006, all’apice della Bolla del trading che ha quasi affondato la banca, salvata nel 2009 con i soldi pubblici e con 9 miliardi investiti dalla giapponese Mitsubishi Ufi, ora sua azionista al 21%. Nel primo trimestre 2014 quella quota è salita al 48%. «Il wealth management è un business fenomenale, con un basso livello di uso del capitale proprio e alti rendimenti — ha spiegato Gorman a una recente conferenza —. Ci dà la zavorra per mantenere la nave stabile durante le tempeste, mentre il tradizionale trading e investment banking sono la sala macchine: utile, se l’economia si muove, a raccogliere capitali e portare le aziende in Borsa».
Il 2006 è l’anno in cui Gorman è passato a Morgan Stanley da Merrill Lynch, l’investment bank assorbita da Bank of America nel 2008. In tutto finora sono 15 anni che lavora a Wall Street, ma la sua formazione non è quella tipica del banchiere d’affari. È nato e cresciuto a Melbourne, in Australia, in una famiglia con altri 9 fratelli e sorelle. Ha studiato legge prima di trasferirsi a New York per ottenere il Master in business administration alla Columbia university e poi ha fatto la carriera del consulente in McKinsey fino a diventare senior partner.
Merrill Lynch era un suo cliente e vi è entrato nel 1999 come responsabile marketing: lì ha cominciato a mettere a punto la sua strategia di focalizzarsi sulla clientela con i patrimoni più cospicui; idea che ha sviluppato pienamente in Morgan Stanley con l’acquisizione della divisione di brokeraggio Smith Barney da Citigroup nel 2009.

Ancora Ipo
Ora Gorman comanda un esercito di 16 mila broker o consulenti finanziari, con 1.800 miliardi di patrimoni gestiti. Ma non ha trascurato il business delle Ipo (Initial public offering): nel settore high-tech Morgan Stanley è la numero uno, nonostante le polemiche per come aveva gestito il debutto in Borsa di Facebook due anni fa, polemiche sopite dall’attuale rialzo del 73% dei titoli. Né ha abbandonato completamente il trading in azioni e obbligazioni.
I trader non lo amano perché ha tagliato i loro compensi: niente più bonus in cash, solo azioni liquidabili nel futuro. Ma lo rispettano anche perché i loro pacchetti azionari si rivalutano molto, insieme alle quotazioni di Morgan Stanley. Ed è l’unica cosa che conta per Gorman.

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