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Wall Street I guru vedono sempre rosa Niente crisi del settimo anno: salirà dell’8%

Il Toro di Wall Street sembra non stancarsi mai. Certo non quello di bronzo, piazzato davanti al New York Stock Exchange 25 anni fa dal suo autore, Arturo Di Modica, e poi trasferito lì vicino, sulla Broadway. Lo scultore italiano l’aveva pensato come regalo alla città per tornare all’ottimismo dopo lo choc del Lunedì nero, quel 19 ottobre 1987 quando l’indice Dow Jones era crollato di oltre il 22% seminando il panico fra gli investitori. 
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Il Toro di Di Modica — festeggiato pochi giorni fa nell’anniversario della sua posa — ha davvero portato fortuna alla Borsa americana, che dal 1990 al 1998 ha vissuto uno dei suoi più lunghi periodi di rialzo: 2.836 giorni, con una performance del 240%.
Se il Toro continua a correre anche nel 2015, l’attuale rally — iniziato il 6 marzo 2009 — diventerà il secondo più lungo dagli anni Sessanta a oggi, appena dopo quello del 1990-1998 e prima di quello del 1974-1980. Ci scommettono tutti gli strateghi azionari americani interpellati sia dall’agenzia Bloomberg sia dalla società di ricerche Birinyi associates: in media prevedono un rialzo dell’8,1% quest’anno per l’indice S&P 500, dopo il guadagno dell’11,4% del 2014.
Nessuno rischia di fare il guastafeste e di preannunciare invece un calo, nonostante siano molte le incertezze che pesano sul futuro della Borsa, a partire dall’effetto della politica della Fed, la banca centrale Usa. La governatrice Janet Yellen ha promesso di farlo con calma, ma nei prossimi mesi dovrebbe – per la prima volta dal 2006 – alzare i tassi, che ora sono quasi zero (per i fed fund, punto di riferimento dei prestiti interbancari a breve).
Di solito Wall Street interpreta un rincaro del costo del denaro come una cattiva notizia. Ma questa volta gli analisti si affannano a spiegare che non è vero che con i tassi in rialzo le azioni scendono. Il gestore Ben Carlson ha pubblicato sul suo sito A wealth of common sense («Un sacco di buon senso») il risultato di uno studio storico sui 14 periodi in cui la Fed ha alzato i tassi dal 1957 (l’anno in cui l’indice S&P500 fu lanciato) a oggi. Solo in due casi, nel 1971 e dal ’72 al ’74, la Borsa ha sofferto, con l’S&P500 in perdita rispettivamente del 5,2 e 17,4%. In tutti gli altri periodi l’indice ha guadagnato in media il 9,6% l’anno (compresi i dividendi), poco meno del 10,1% di rendimento medio dell’S&P500 dal ’57 a oggi.
Ed è d’accordo Jeremy Siegel, il professore di Finanza a Wharton autore del bestseller «I titoli azionari nel lungo periodo»: anche per lui l’inizio del rialzo dei tassi della Fed non coincide con la fine dei rally azionari, e gli effetti negativi sulla Borsa si vedono invece verso la fine della fase di rincaro del costo del denaro. A confortare gli ottimisti oggi concorrono altri fattori. Se anche i tassi Fed salissero al 2%, resterebbero comunque a un livello storicamente molto basso. «È solo quando i tassi superano il 5% che i rendimenti azionari vengono davvero colpiti», commenta Carlson.
Prospettive
E chi vede il bicchiere mezzo pieno sottolinea come la mossa della Fed confermi semplicemente il buono stato dell’economia americana. Le aziende hanno assunto a dicembre altri 252.000 lavoratori, il Prodotto interno lordo è cresciuto del 5%, il deficit commerciale continua a scendere e il dollaro a rafforzarsi, mentre la bolletta petrolifera diventa sempre meno cara, lasciando alle famiglie più soldi da spendere. Il più ottimista fra tutti gli strategist, Jonathan Golub di Rbc capital markets, prevede un rialzo del 13% dell’S&P 500 nel 2015: non ha paura della Fed e crede che a tener su Wall Street ci sarà anche la mancanza di alternative. Secondo lui la Borsa Usa continuerà a far meglio degli altri mercati per altri dieci anni.
Molto più cauto è David Kostin di Goldman Sachs, secondo cui l’indice si rivaluterà in linea con l’andamento dei profitti aziendali (5%). Non di più, perché secondo lui le azioni sono già care: «oggi costano in media 18 volte i futuri profitti e un multiplo così alto lo si è visto solo il 2% delle volte dal 1976».
Ma il consenso positivo sui prossimi mesi è da prendere con le pinze, come sempre. L’anno scorso infatti il consenso era negativo, soprattutto dopo il gennaio in perdita (-3%): una delle «cabale» di Wall Street vuole infatti che il primo mese dia il tono agli altri 11. Invece il 2014 ha chiuso battendo tutte le più rosee aspettative. Quest’anno può succedere il contrario. E il mercato lo sa. Per questo è nervoso e ha iniziato in rosso, per poi rimbalzare alle prime buone notizie sull’occupazione e il business. L’unica certezza è questa: protagonista della Borsa nel 2015 sarà la volatilità, l’altalena dei listini spinti più dall’ansia che non da motivazioni razionali, come dice il Nobel Robert Shiller.
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