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Wall Street fredda, i big «social» valutano l’impatto

La decisione della Corte di giustizia dell’Unione europea di invalidare l’accordo di “Safe Harbor”, che da quindici anni governava il libero trasferimento di dati transatlantico e accompagnava la crescita dell’economia digitale e delle sue società, ha avuto nell’immediato contenute ripercussioni in Borsa: le quotazioni di protagonisti grandi e piccoli di Internet, dai social network al commercio elettronico e ai gadget mobili, si sono limitati a segnare il passo. Ma analisti e investitori ammoniscono che, se l’annullamento sarà seguito da spirali di scontri e incertezze bilaterali, il terremoto per strategie e prospettive – anche di mercato – delle aziende è enorme. E complica uno scenario che vede le azioni in preda a intensa volatilità.
La minaccia, sul fronte finanziario, è che battaglie e tensioni legali generino una «gelata» di costi e frenate nel business, diventando la miccia che fa esplodere bolle speculative o correzioni al ribasso nella capitalizzazione del settore. L’indice Nasdaq, ricco di titoli tech, a quota 4.745 punti, perde oggi solo il 9% dai massimi di luglio, frutto di una corsa del 18,4% in un anno, tripla rispetto al Dow Jones. Numerosi marchi sono inoltre nel mirino dell’antitrust o a caccia di nuovo sviluppo e la marcia degli utili del comparto, nel terzo trimestre appena chiuso, potrebbero risultare di un modesto 1,7%, anziché una flessione, soltanto grazie a Apple.
Facebook, la società al centro del caso di protezione della privacy che ha portato al verdetto, ha tradito l’insofferenza: «È imperativo che Unione Europea e governo degli Stati Uniti assicurino la continuazione di metodi affidabili per il legale trasferimento di dati e risolvano qualunque questione relativa alla sicurezza nazionale», ha fatto sapere. Questo nonostante Facebook, assieme ad altri grandi gruppi più prudenti, abbia pronti sistemi alternativi – «un ventaglio di metodi», ha indicato il social network – che però sono più lenti e onerosi. Altre società hanno preferito il no comment. Forse scommettono su soluzioni ragionevoli della disputa, che diano tempo per adeguarsi a nuovi regimi e siano coronate dal successo di trattative in corso su una aggiornata versione dell’intesa di «porto sicuro».
La preoccupazione è filtrata nei quartieri generali delle imprese come nell’amministrazione Obama. Il Dipartimento al Commercio si è impegnato a offrire linee guida alle imprese su una decisione, quella della Corte Ue, che «può essere distruttiva a seconda di come viene applicata», ha dichiarato Michael Daniel, coordinatore della ciber-sicurezza alla Casa Bianca. Pur sostenendo che «noi e gli europei sapremo affrontare la sfida». Mark McCarthy, della Software & Information Industry Association, ha da parte sua denunciato la necessità «di certezze legali per le aziende» e chiesto alla Ue di garantire che «il trasferimento di dati continui fino a un nuovo accordo».
La posta in gioco non potrebbe essere più alta. L’accordo di safe harbor, bocciato perché non offrirebbe sufficiente protezione dalle attività di spionaggio statunitensi rivelate da Edward Snowden, è utilizzato da oltre 4.500 aziende americane, da Apple ad Amazon, da Oracle fino a Yahoo e a Google della neonata Alphabet che hanno giro d’affari globali per centinaia di miliardi di dollari. Muove facilmente dati di cittadini europei, da transazioni a file di uffici del personale, attraverso grandi computer (server) americani creando la spina dorsale di attività di commercio elettronico, servizi di cloud computing e pubblicità che ne ne fanno una delle più ricche frontiere di interscambio. Lo spettro di ostacoli e ricorsi, se non sarà esorcizzato, minaccia di spingere clienti aziendali verso società non americane. E sotto pressione finirebbero anzitutto gruppi di piccole e medie dimensioni che non sono in grado di effettuare svolte rapide.
Anche per le “firme” di Internet non mancano gli interrogativi mentre sono oggetto di crescente scrutinio regolamentare o di ridefinizione dei loro modelli di business. Facebook è perseguitata da perplessità sulla privacy negli stessi Stati Uniti. Apple, regina della market cap in Borsa con 630 miliardi, cerca nuove opportunità di crescita ed è sotto tutela di un monitor antitrust per il caso dei prezzi maggiorati degli ebook. Yahoo è alla disperata ricerca di redditività e Google è nel mirino dell’antitrust per la posizione dominante nel mobile con il software Android.

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