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Wall Street: evitare il default

di Marco Valsania

La Camera americana ieri ha cercato di portare al voto il piano repubblicano sul debito messo a punto dallo speaker John Boehner, ma le possibilità di scongiurare un default degli Stati Uniti sono rimaste affidate anzitutto a negoziati dietro le quinte. In un segno di gravi divisioni tra gli stessi conservatori il voto, inizialmente previsto alle sei di pomeriggio, si è trasformato in un giallo: è stato rinviato almeno a notte fonda tra le incertezze sull'esito. E i democratici hanno ribadito che l'ultima proposta dei repubblicani, anche se approvata dalla Camera, sarà bocciata dal Senato. Il ventaglio di ipotesi che i leader dei due partiti e la Casa Bianca esamineranno freneticamente nelle prossime ore, secondo indiscrezioni, comprenderà modifiche o combinazioni del progetto Boehner e di quello del senatore democratico Harry Reid. Come più limitate misure di "stopgap", provvedimenti provvisori che alzino il tetto del debito per il tempo indispensabile a completare un accordo.

L'urgenza, con il possibile default del 2 agosto alle porte, ha visto ieri la mobilitazione dell'alta finanza, che si è scagliata contro i politici e la Federal Reserve. Una lettera è stata spedita a Casa Bianca e Congresso a firma degli amministratori delegati dei colossi di Wall Street, da Lloyd Blankfein di Goldman Sachs a Jamie Dimon di Jp Morgan, da Brian Moynihan di Bank of America a Vikram Pandit di Citigroup. Un'intesa, hanno scritto, deve arrivare in settimana, perché «un default, o un declassamento del rating sul credito, rappresenterebbe un tremendo colpo alla fiducia di aziende e investitori, alzando i tassi di interesse per tutti, minando il dollaro e scuotendo mercati azionari e obbligazionari – peggiorando cioè drasticamente le già difficili circostanze economiche del Paese». Credit Suisse, da parte sua, ha definito un default improbabile ma ha ammonito che provocherebbe una contrazione del 5% nell'economia e crolli del 30% nelle azioni.

Le banche hanno anche premuto sulla Fed, accusata di troppa reticenza nel discutere con il settore privato le ripercussioni di scenari di default o riduzione del rating. In realtà la Banca centrale probabilmente teme di dare credibililtà a simili ipotesi, aumentando il nervosismo. Forse in risposta alle critiche, però, il Tesoro ha fatto sapere che rivelerà in questi giorni la strategia per i pagamenti federali – 100 milioni ogni mese – in caso di mancato superamento dell'impasse. E che la Fed si assumerebbe il compito di monitorare e calmare le piazze finanziarie, assicurando che la liquidità sui mercati non venga meno. Per evitare shock globali gli operatori prevedono che la priorità nei pagamenti verrà data agli interessi sul debito. Il piano Boehner aumenterebbe in due tempi il tetto del debito, subito di 900 miliardi, fra sei mesi di altri 1.600 dietro un nuovo voto del Congresso. Le sue probabilità di passaggio erano aumentate dopo che lo speaker aveva rafforzato l'iniziale pacchetto di tagli alla spesa, salito a 915 da 850 miliardi in dieci anni. Altri 1.800 miliardi di tagli scatterebbero con il secondo voto sul tetto del debito. La maggioranza democratica al Senato ha replicato immediatamente sottoscrivendo un impegno a respingere oggi in aula la misura. Il piano alternativo preparato da Reid, però, non pare abbia maggiori chance: alzerebbe subito il tetto del debito di 2.400 miliardi, necessari ad arrivare fino al 2013 come chiede l'amministrazione di Barack Obama, in cambio di altrettanti tagli, per metà legati alla fine delle guerre in Afghanistan e Iraq. Ma rischia di non avere sufficienti consensi neppure tra i senatori, dove servono 60 voti su cento per portarlo in aula. Un'archiviazione dei due progetti potrebbe tuttavia aprire la strada a ulteriori negoziati. «In Congresso – ha detto Reid – a volte accadono magie».

 

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