Siete qui: Oggi sulla stampa
Oggi sulla stampa

Wall Street e Bce spingono le Borse

Primo e secondo tempo. Così può suddividersi la giornata di ieri delle Borse europee. Una seduta in cui, da una parte, i principali listini Ue hanno tutti chiuso in rialzo: da Francoforte (+1,84%) a Milano (+1,45% ) fino a Parigi(+1,36%). Ma che, dall’altra, non lasciava presagire un finale così positivo. Nel primo tempo della contrattazioni, infatti, le Borse del Vecchio continente hanno mandato in scena il cosiddetto «choppy trade». Cioè, un andamento senza direzione. Un po’all’ingiù e un po’ all’insù. Gli investitori, in questa fase, sono stati influenzati soprattutto dalla telenovela greca. In particolare, dalle parole del ministro delle finanze ellenico. Yanis Varoufakis, infatti, da un lato ha indotto un cauto ottimismo, affermando che c’era l’intesa su grande parte dei punti con i creditori internazionali. E dall’altra, però, ha ribadito diverse richieste (tra cui il rinvio al rimborso dei prestiti della Bce) che hanno innervosito gli investitori. Insomma, l’ennesimo tira-e-molla di una trattava infinita. La quale, inevitabilmente, ha dato vita al «choppy trade». 
In avvio di pomeriggio, tuttavia, la musica è cambiata. Il motivo? È presto detto. Dagli Stati Uniti sono arrivati alcuni importanti dati macroeconomici. In primis, c’è stata la pubblicazione dei prezzi alla produzione. Questi, ad aprile, sono risultati in calo dello 0,4%. Un valore ben al di sotto delle stime degli esperti. Poi, è stata la volta dei sussidi di disoccupazione. Le richieste, nella settimana terminata lo scorso 9 maggio, sono calate di mille unità a 264mila. Qui, al contrario, il numero è stato migliore delle previsioni. Insomma, i mercati si sono trovati davanti a due dati contrapposti: il secondo positivo, il primo negativo. Quale ha pesato di più? Quello negativo, ma in un’ottica «contrarian». Cioè gli operatori, ormai piuttosto convinti che il mercato del lavoro non è più un grande problema, hanno interpretato il crollo dei prezzi alla produzione come il segnale di un’economia americana ancora debole. Il che, tradotto nel linguaggio della politica monetaria, significa una Federal reserve attendista sul fronte del rialzo dei tassi. A fronte di un simile ragionamento, può ben intuirsi, Wall Street ha aperto in rialzo. Un andamento positivo, all’interno del quale l’S&P500 ha raggiunto il nuovo massimo storico, che ha contagiato i mercati Europei.
Tanto che di lì in poi i listini del Vecchio continente, aiutati anche dalle trimestrali come nel caso di Piazza Affari, hanno salito la china. Il tutto in attesa dell’intervento di Mario Draghi al Fondo monetario internazionale. Il presidente della Bce, in quel di Washington, non ha deluso le attese. Draghi ha ribadito con forza la volontà di realizzare «in toto il programma del Qe» e comunque «fino a quando sarà necessario». L’Eurogovernatore, insomma, non ha lasciato spazio alle ipotesi di uno stop anticipato agli acquisti di titoli di Stato da parte della Bce. Tanto è bastato per spingere ulteriormente l’azionario.
Diverso, ovviamente, l’impatto sul cambio euro-dollaro. La divisa unica, per grande parte della seduta, ha viaggiato al rialzo, arrivando a toccare quota 1,445 . Vale a dire, il massimo degli ultimi tre mesi. L’intervento di Draghi, però, ha sgonfiato le quotazioni della moneta di Eurolandia che in serata è letteralmente salita sull’ottovolante.
Detto dell’azionario e delle valute, quale però le dinamiche nel reddito fisso? Qui lo spread BTp-Bund ha chiuso a quota 115 punti base, in leggero calo rispetto a due giorni fa (118 basis point). Il tasso del governativo italiano, invece, si è assestato all’1,85%. Cioè, praticamente invariato nei confronti della precedente seduta. Il differenziale spagnolo, dal canto suo, si è fermato a 113 punti base (1,83% lo yield del Bonos). In entrambi i casi, la maggiore chiusura dello spread rispetto al calo dei tassi sui titoli di Spagna e Italia, è da attribuirsi alle vendite sul Bund. Il rendimento di quest’ultimo infatti, seppure ancora «rasoterra», ieri è salito ancora un po’, arrivando allo 0,7%.
Infine il T-Bond statunitense. Dopo il positivo andamento dell’asta di due sedute fa, il rendimento del decennale ieri è rimasto praticamente invariato intorno al 2,24%. Ma qui tutto si gioca in funzione delle aspettative sulle mosse di Yanet Yellen.

Print Friendly

Condividi su

Potrebbe interessarti anche
Oggi sulla stampa

Fininvest esce da Mediobanca dopo 13 anni, e con l’aiuto di Unicredit vende il suo 2% ai blocchi: ...

Oggi sulla stampa

Oggi sulla stampa

Una nuova tassa sulle multinazionali, quelle digitali e anche quelle tradizionali. Pagamento delle i...

Oggi sulla stampa

Oggi sulla stampa

La prossima settimana il Consiglio dei ministri varerà due decreti. In uno ci saranno la governance...

Oggi sulla stampa