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E a Wall Street crollano i titoli di Stato

Se c’è un indicatore di mercato che più di ogni altro riassume l’impatto di un ingresso di Donald Trump alla Casa Bianca, questo non è il crollo dei futures di Wall Street di circa il 5%. Non è neppure il crollo del dollaro del 2,6% dello yen, in attesa che qualcosa del genere accada sull’euro nelle prossime ore. Né è la caduta del peso messicano di quasi il 10% sul biglietto verde, nel timore che il prossimo presidente degli Stati Uniti alzi un muro commerciale e non solo fisico alla frontiera Sud della nazione. E neppure è l’impennata dell’oro — ultimo bene rifugio — del 4% sul dollaro.

Ancora più indicativo di ciò che può accadere, e più preoccupante, è l’altro lato della medaglia di tutti questi spostamenti sui mercati nelle ultime ore: la caduta del prezzo dei titoli di Stato americani a scadenza decennale del 6,7%, secondo Bloomberg. È il segnale che gli investitori si preparano a un impatto di una presidenza Trump tale da trasformare il panorama dei mercati e dell’economia reale in profondità. «I titoli di Stato americani potrebbero non essere più i beni sicuri («safe assets», ndr ) che fino a ieri hanno sempre fornito un ancoraggio per il sistema finanziario globale», dice Megan Greene. Capo-economista di Manulife, una delle grandi compagnie assicurative e di gestione di fortune in Nord America, Greene pensa che l’arrivo di Trump alla Casa Bianca possa sovvertire gli equilibri finanziari degli Stati Uniti.

Questo può accadere in almeno due direzioni. Sul piano interno, Trump alla Casa Bianca non incontrerebbe molta resistenza nei due rami del Parlamento, quindi potrebbe tagliare fortemente le tasse e alzare la spesa pubblica anche aumentando il deficit e un debito che è già al 105% del prodotto interno lordo americano. Se lo aspetta Pier Paolo Barbieri di Greenmantle, una società di consulenza di New York che ha fra i suoi clienti decine fra i fondi d’investimento più importanti degli Stati Uniti. La decisione di rilanciare l’economia con questi mezzi può colpire la credibilità del bilancio degli Stati Uniti al punto che i titoli di Stato americani rischiano di perdere il loro status di àncora dei mercati mondiali: per le compagnie di assicurazione, i fondi di liquidità, i fondi pensione e il sistema bancario di Wall Street, le conseguenze potrebbero essere difficili da gestire. Per questi pilastri dei mercati mondiali, il sommovimento del mercato del debito statunitense sarebbe l’equivalente di una scossa che li colpisce alle fondamenta.

C’è poi la dimensione esterna delle politiche economiche che Trump ha promesso in campagna elettorale. «Il nuovo presidente potrebbe denunciare l’accordo di libero scambio con il Messico e il Canada e alzare forti tariffe commerciali contro la Cina — prevede Megan Greene di Manulife —. Questa scelta manderebbe gli Stati Uniti in recessione, perché senz’altro i Paesi colpiti risponderebbero e s’innescherebbe una guerra commerciale». Niente di tutto questo è scontato, perché è possibile che un Trump presidente si riveli molto più cauto di come fosse durante la campagna elettorale. Ma una conseguenza di una sua vittoria appare già estremamente probabile: la caduta del dollaro su tutte le altre principali monete e, appunto, una caduta dei prezzi dei titoli di Stato con l’aumento dei tassi d’interesse americani. Questo scenario è destinato a mettere ancora più pressione sulla Banca centrale europea — osserva Barbieri, il direttore esecutivo di Greenmantle da New York —. Ma Mario Draghi, il suo presidente, forse non incontrerebbe più l’attuale opposizione a prendere nuove misure espansive e continuare il programma di acquisti di titoli sui mercati».

Di certo, come in Gran Bretagna dopo il referendum di giugno, una caduta del dollaro farebbe finalmente risalire l’inflazione in America. Ma succederebbe a spese di un’ondata deflazionista in Europa. Come forse mai negli ultimi ottant’anni, l’economia globale rischia di tornare a essere un gioco a somma zero: ogni piccolo vantaggio è sempre a spese dell’alleato di ieri.

Federico Fubini

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