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Wall Street corre di nuovo. Ma rischia di diventare cara

Si dice che il forte rialzo di Wall Street e, di conseguenza, delle Borse mondiali sia stato incoraggiato dalla Fed. Jerome Powell, dopo aver implicitamente fatto ammenda del suo (presunto) grossolano errore di politica monetaria, avrebbe dato il «via libera» al recupero della Borsa. I tassi d’interesse sono già in territorio neutrale, aveva detto, e la Fed è paziente e ben disposta ad ascoltare i mercati. La narrazione è convincente, non fosse altro perché la decisa inversione di rotta dell’S&P500 inizia proprio il 4 gennaio, il giorno dell’accondiscendente discorso di Powell: da allora l’indice ha guadagnato il 13% (e fa un +17% dal minimo del 24 dicembre), e non dà cenno di arrestare la corsa, rinvigorito, spiegano gli operatori, dai progressi nelle trattative tra Usa e Cina e da risultati societari «migliori del previsto».

La seconda parte della narrazione convince assai meno, perché non pare che Wall Street, a differenza di Shanghai, di Tokyo e soprattutto dei mercati europei, si fosse particolarmente afflitta in passato per la guerra commerciale di Trump e soprattutto perché, a dispetto dei positivi utili aziendali del quarto trimestre 2018, la Borsa è più cara di quanto fosse quattro mesi e mezzo fa, prima della «grande correzione». Innanzitutto, i risultati del quarto trimestre (+16,2%) sono di poco migliori di quanto si prevedesse a inizio gennaio (+15,8%), per il consueto gioco di ribassare all’ultimo momento le stime e creare l’effetto sorpresa, ma non di quelli immaginati a ottobre (+20,1%). E soprattutto perché gli utili stimati per l’anno in corso sono stati nel frattempo rivisti pesantemente al ribasso: se tutto va bene, il 2019 dovrebbe vedere una crescita dei risultati societari del 4%, quando a ottobre si stimava un robusto +10,2%.

Le ragioniNella narrazione degli operatori, Wall Street sarebbe tornata attraente in virtù di valutazioni più contenute. Il primo ottobre, quando l’indice era pressoché ai massimi storici (2.925), il rapporto tra prezzo e utili attesi nel 2019 per i titoli dell’S&P500 era di 16,4: piuttosto elevato, ma si credeva che anche il 2020 sarebbe stato un buon anno. Oggi, con l’indice attorno ai 2.750 punti, Wall Street quota allo stesso multiplo. Ma il rischio è che quella crescita stimata al 4% sia suscettibile di ulteriori ribassi. Morgan Stanley nota come la revisione delle stime operata nell’ultimo mese sia stata la più violenta da anni, al punto che il trimestre in corso, per la prima volta dal 2016, potrebbe chiudersi con un risultato negativo: -0,3% (secondo i dati di consenso Refinitiv), contro il +5,3% immaginato a inizio gennaio e il +8,1% di ottobre. Se il bilancio del 2019 dovesse chiudersi con una modestissima crescita, dipende da come andranno i prossimi trimestri e in particolare dall’ultimo, per il quale ci s’immagina una crescita del 9,8%: molto improbabile, a giudizio di Morgan Stanley e Bank of America, al punto che la prima prevede ormai un anno a crescita zero. Cosicché il p/e dell’S&P volerebbe oltre 17 e la Borsa sarebbe più cara di quanto fosse stata nel record di cinque mesi fa. A ben vedere, anche la narrazione del «via libera» concesso da Powell a Wall Street lascia perplessi. Non c’è dubbio che il sorprendente «dietro front» del presidente della Fed (il termine è di Pictet) sia la conseguenza del preoccupante crollo delle quotazioni azionarie: un calo duraturo del 20% può sottrarre fino a un punto percentuale al Pil americano, stimano gli economisti, soprattutto perché riduce l’effetto ricchezza. Ma una Borsa tornata quasi ai livelli di prima e con la non improbabile possibilità di superarli, se altri investitori fossero tentati di saltare sul treno di Wall Street come non esclude Michael Hartnett di Bofa, segnalerebbe un’ingiustificata euforia e consiglierebbe alla Fed un secondo dietro front. Anche sul presunto errore di Powell, quando a ottobre dichiarò che il tasso d’interesse era ben lontano dall’essere neutrale, ci sarebbe qualcosa da dire: è stata più imprudente quell’affermazione, con un’economia in crescita del 3% e un’inflazione core al 2,2%, o sa di eccessiva accondiscendenza la successiva correzione di rotta, sotto il ricatto di mercati che non solo paventavano la recessione, ma dicevano di vederla alla porta? A proposito della quale, da un mese, quasi nessuno più ne parla.

Walter Riolfi

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