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Wall Street corre, cade il dollaro

«Paziente», questa è la parola su cui si sono concentrate le attenzioni degli investitori di tutto il mondo ieri in attesa di indicazioni sulle scelte di politica monetaria della Fed. Se la banca centrale avesse tolto l’espressione «saremo pazienti nell’alzare i tassi» nel suo comunicato ufficiale – era l’opinione di analisti e addetti ai lavori nei commenti della vigilia – il segnale sarebbe stato quello di una stretta monetaria già a partire da giugno (così come atteso da buona parte degli osservatori). Viceversa il mantenimento della parola «paziente» sarebbe stato interpretato come un indicazione di tempi più lunghi per la stretta. 

 

Le reazioni dei mercati
Quello che è successo è che, come da attese, la Fed ha tolto la parola «paziente» dal suo comunicato ufficiale. Ma la reazione dei mercati non è stata quella di chi si prepara alla stretta monetaria (per esempio vendendo Borse e titoli di Stato e acquistando dollari). Alla diffusione della nota ufficiale nel tardo pomeriggio di ieri il tasso dei Treasury decennali (il cui andamento è inversamente proporzionale al prezzo) è sceso dal 2 all’1,9% mentre il biglietto verde si è svalutato (l’euro è passato da 1,0650 a 1,08 dollari). Oro, petrolio e mercati emergenti (tre classi di investimento che beneficiano di una politica monetaria espansiva della Fed) hanno reigistrato marcati rialzi. Wall Street ha festeggiato con guadagni superiori al punto percentuale. Gli acquisti si sono concentrati sui titoli dell’energia (grazie al rialzo del prezzo del petrolio) e delle utilities (titoli ad alto dividendo che in un contesto di tassi bassi vengono spesso preferiti alle obbligazioni).
Insomma non una reazione di chi si attende un rialzo dei tassi ma di chi vede la stetta più lontana. Se è vero infatti che la Fed non sarà più «paziente» nel decidere la stretta è anche vero che – come i banchieri centrali hanno scritto nella nota ufficiale – per dare il via al processo di «normalizzazione» della politica monetaria ci sarà bisogno di «maggiori progressi del mercato del lavoro» e soprattutto «maggior certezza sulla ripresa dell’inflazione». Ed è in particolare su questo fronte che le indicazioni non coincidono con un quadro di stretta monetaria. Proprio ieri la stessa Banca centrale Usa ha infatti rivisto al ribasso le proprie stime: se a dicembre le previsioni erano per un indice dei prezzi al consumo tra l’1,5 e l’1,9% per quest’anno e tra l’1,7 e il 2% per l’anno prossimo, oggi la banca centrale Usa mette in conto una forbice 1.3-1,4% per il 2015 e tra l’1,5 e l’1,9% per il 2016.
 

Lo spread risale a 111
Bisognerà vedere all’apertura degli scambi di oggi quale sarà la reazione dei mercati europei alle indicazioni della Fed. La nota della banca centrale Usa infatti è stata diffusa a listini continentali chiusi. Un clima di attesa e avversione al rischio ha condizionato gli scambi. Ieri le Borse hanno chiuso contrastate: positive Madrid (+0,2%) e Londra (+1,57%), piatta Parigi, negative Milano (-0,69%) e Francoforte (-0,54%). Sul mercato dei titoli di Stato i nuovi timori sulla situazione in Grecia (vedi articolo nella pagina a fianco) hanno innescato forti vendite sui bond governativi greci (il tasso decennale è tornato oltre l’11%) con riflessi negativi sugli altri titoli periferici. Si inquadra così il rialzo del differenziale di rendimento tra Bund e BTp balzato ieri a 111 punti.

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