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Wall Street corre ai nuovi record

Triplo primato storico per S&P, Dow Jones e Nasdaq – Europa positiva, Milano frenata dalle banche
I mercati europei, e soprattutto Piazza Affari, saranno da ora in poi (4 dicembre) costretti a muoversi al buio. Dallo scorso week end non è più possibile diffondere sondaggi sul referendum costituzionale.
Il tutto mentre Wall Street ha festeggiato un triplo record. Il tecnologico Nasdaq ha superato il massimo intraday del 22 settembre e l’indice S&P 500 si è portato oltre il record di chiusura del 15 agosto; in serata anche il Dow Jones ha segnato un nuovo primato. Ma a mettere a segno i guadagni maggiori sono state le aziende più piccole, con gli investitori che scommettono sul fatto che il nuovo inquilino della Casa Bianca, Donald Trump, porterà avanti una politica a sostegno di infrastrutture e produttività, più snella dal punto di vista della regolamentazione e più leggera da quello fiscale. Tutti fattori che premiano appunto le small cap, le società a bassa capitalizzazione: dopo il voto il Russell 2000, il benchmark per le piccole aziende, è sempre salito mettendo a segno la serie migliore da giugno 2003: guadagna il 10% dalle elezioni, contro l’aumento del 2% dello S&P 500.
D’altro lato gli investitori continuano a manifestare scetticiscmo e preoccupazione sull’esito del voto in Italia. Non deve confondere da questo punto di vista la chiusura in rialzo dello 0,19% di Piazza Affari, sugli stessi livelli di Francoforte e non lontano dal +0,37% medio delle altre Borse europee. Questo perché l’andamento delle banche italiane – in questa fase più efficace dei titoli di Stato per misurare le tensioni sull’Italia – è stato ancora negativo (-1,38%). La performance media dell’indice generale è stata salvata dallo scatto di petroliferi e materie prime (+2,56%). Quindi, pur in assenza di novità dai sondaggi, l’ «effetto-referendum» continua a pesare. In questa fase lo spread BTp-Bund – che ieri ha chiuso in leggero calo a 180 punti, restando però sui livelli più alti rispetto alla primavera del 2014 – si sta depotenziando come indicatore di rischio per misurare la tensione sull’Italia. Questo perché i titoli di Stato sono protetti dall’azione della Banca centrale europea (almeno fino a marzo 2017). E anche perché gli investitori stanno vendendo BTp (ieri il rendimento del decennale si è attestato al 2,07%) ma – seppur con intensità minore – anche i Bund, aggiornando i rendimenti dei titoli di Stato alle prospettive rialziste dell’inflazione. Questo effetto placa l’ascesa dello spread (che è un differenziale) depotenziandone l’efficacia come termometro del rischio. Ben più puntuale da questo punto di vista l’indice Ftse Ita Banks, che sintetizza l’andamento delle banche quotate a Piazza Affari. Da inizio anno ha ceduto il 50% e nell’ultima settimana – da quando i mercati hanno iniziato a concentrarsi sul referendum italiano e sulle possibili ricadute di un voto sgradito agli investitori – oltre il 10%. Le azioni delle banche italiane non sono protette da una banca centrale e quindi sono più vulnerabili – dal punto di vista degli investitori esteri – rispetto a BoT e BTp. Ecco perché ieri hanno perso ancora. Sembra poi che piova acqua sul bagnato dato che ieri Fitch ha lanciato un nuovo campanello d’allarme sul settore, esteso però a tutta l’Europa. L’agenzia di rating prevede che possano esserci delle conseguenze peggiorative sui parametri patrimoniali qualora passassero le ultime proposte su Basilea 4. Le ricadute negative riguarderebbero soprattutto gli istituti focalizzati soprattutto nella concessione di mutui alle famiglie.
Se le banche sono state vendute, i petroliferi hanno accelerato in tutta Europa spinti dalle ultime dichiarazioni di ministri di Paesi Opec che danno per imminente un accordo per ridurre la produzione e sostenere le quotazioni. Staremo a vedere se sarò vero dato che sono ormai mesi che si sussegue però il ping pong di queste dichiarazioni con il prezzo del greggio in una sorta di ascensore tra i 40 e i 50 dollari. Quando si avvicina a 40 tornano puntuali le dichiarazioni su un possibile accordo, per poi stemperarsi a ridosso dei 50 dollari.
Giornata di assestamento anche per il dollaro dopo i forti scatti delle ultime settimane. L’euro è risalito dal minimo da 11 mesi sul dollaro a 1,061 rispetto a 1,058 di venerdì. Nuovo scatto della sterlina che ha recuperato un ulteriore 1% sia nei confronti dell’euro che sul biglietto verde.

Vito Lops

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